Laboratorio di ricerca
Sommario 1/2000
EPISTEMOLOGIA E PSICOTERAPIA

Mauro Ceruti, Girolamo Lo Verso (a cura di)
Raffaello Cortina Editore, Milano 1998, pp. 342, lire 49.000
Recensione di Arianna Ditta
Una delle sfide a cui oggi devono saper rispondere le diverse scuole di pensiero psicoterapico riguarda l’imprescindibilità di un confronto sul versante epistemologico, della teoria della tecnica, e della verifica dell’efficacia di ogni intervento. L’utilizzo infatti di un linguaggio settoriale, criptico, comprensibile solo a una cerchia ristretta di colleghi, produce nel pubblico dei non addetti ai lavori un effetto paradossale.

Il confronto è sicuramente difficile, ma risulta un’operazione imprescindibile per il progresso della psicoterapia. Il volume di Ceruti e Lo Verso si pone come un importante strumento atto a soddisfare tale necessità.

Gli autori, diversi come le discipline da cui provengono (gruppoanalisi, psicoanalisi, cognitivismo, terapia familiare, bioenergetica, fenomenologia), espongono nel testo la loro teoria della prassi, l’epistemologia di riferimento, consentendo al lettore non una visione conchiusa, ma un orientamento rispetto alla diversità degli approcci. Il saggio iniziale, proposto dai due curatori, rappresenta un tentativo di emersione da spiegazioni del mondo in termini di causalità lineare, di determinismo rigido, e un viraggio verso "una lettura dei processi di cambiamento nei termini di vincolo e di possibilità", calando tutto ciò "all’interno di contesti storici ed evolutivi" (p. 6).

Oggi dunque è imprescindibile l’utilizzo di un metodo che sia in primis pluralistico, capace di comprendere l’intreccio tra regolarità e caso. L’essere vivente non può più, all’interno di tale prospettiva, essere considerato esecutore passivo delle forze ambientali, ma al contrario diventa co-costruttore della sua personale e irripetibile storia.

Un altro dei temi centrali trattato dai curatori, così come da Di Maria e Giannone, riguarda la necessità di adattare il particolare dispositivo tecnico utilizzato, ai bisogni e alle possibilità del singolo paziente e non viceversa. A tale risultato arriva anche V. Telfener, la quale considera prioritaria, nella relazione terapeutica, l’assunzione di una posizione di responsabilità, di una posizione etica, che possa diventare implicita, espletandosi attraverso una consapevolezza intelligente, sostanziata dal rispetto per l’Altro. Non esiste un intervento psicoterapeutico valido sempre e comunque. Esistono diverse declinazioni dello stesso e diversi terapeuti a cui, oggi più che mai, è richiesto uno sforzo di integrazione e confronto con altri delle proprie competenze. Il fondamentale bisogno, esposto dai curatori del libro, di calare l’intervento terapeutico nella storia del paziente, nella sua psicopatologia, nella sua reale condizione di vita, ben si accorda con quanto esposto nel capitolo di Pontalti, che ponendo in primo piano la molteplicità del Sé, di un Sé che trova diverse declinazioni nell’interfaccia tra matrice familiare e rete sociale, propone la possibilità di trattare tale molteplicità dentro variegati spazi di intervento, coordinati e diretti da un unico terapeuta. Lo stesso obiettivo di curare (o prendersi cura) della patologia grave, sembra guidare il lavoro di Fasolo: brillante, provocatorio ma allo stesso tempo profondamente consapevole dell’importanza di fattori, che appaiono tutt’oggi ad alcuni clinici, spregevoli eresie. Interrogarsi sul tempo, sulla verifica e la costruzione dei progetti, sui costi della psicoterapia, appaiono operazioni prioritarie, al fine di evitare una cronicità indotta quasi esclusivamente dai bisogni degli operatori del mentale.

Fondamentale risulta, inoltre, l’aver sempre chiara l’epistemologia di riferimento, con le ricadute che essa implica nella clinica psicoterapeutica. A tal proposito un utile contributo è dato dal capitolo di Lombardo, il quale considera l’opportunità di storicizzare la prospettiva epistemologica, dal punto di vista della sua autonomia disciplinare. Il problema della consapevolezza epistemologica, ben si accorda con quanto esposto nel lavoro proposto da Di Nuovo, Giannone e Di Blasi, che considerano la dimensione terapeutica come oggetto di ricerca e di riflessione a condizione di partire dalla consapevolezza che essa è strettamente legata ai modelli d’interpretazione e di osservazione e dalle scelte metodologiche adottate.

Un altro tema trattato da vari autori nel testo riguarda il rapporto mente-corpo, tra questi: Dimaggio e Semerari, in un’ottica cognitivista, descrivono l’intreccio tra emozioni e processi decisionali, così come la centralità della funzione narrativa nella terapia dei pazienti gravi. Al contempo il capitolo di Casonato sul super-Io connessionista, rappresenta un tentativo di trovare un collegamento tra le strutture di significato e il corpo. Rispoli, leggendo il rapporto mente-corpo all’interno di una tradizione bioenergetica, dà un contributo in cui tenta di dar senso alla componente espressa delle emozioni.

Balestrieri, sempre affrontando il rapporto mente-corpo, introduce un’idea della clinica come applicazione di leggi generali a casi particolari. Risulta dunque prioritario utilizzare un approccio trasversale, cercando connessioni con le altre discipline.

Migone, tracciando la storia delle idee in psicoanalisi, cerca di raccordare la teoria della motivazione con il cognitivismo evolutivo. Un altro contributo è infine quello dato al testo dal lavoro di Rossi Monti. La fenomenologia rappresenta, infatti, un fondamentale riferimento per ciascun ricercatore che si occupa di psicoterapia, l’empatia, l’acuta analisi della psicopatologia, sono solo alcuni dei suoi prodotti. Ma la fenomenologia in tale lavoro, mostra anche il suo limite, il non aver ancora saputo integrare il tentativo di cambiare il paziente con i suoi presupposti epistemologici.

Un ulteriore contributo proposto nel libro riguarda la centralità assegnata da Cigoli, all’interpretazione nell’ambito della terapia familiare. "Interpretare è cercare di cogliere significati e attribuire senso ulteriore." Tramite l’interpretazione viene rifigurata una vicenda, viene cercato e poi configurato insieme alla famiglia un senso, plausibile e affidabile. “"Interpretare significa anche rimandare ciascuno alle proprie responsabilità in merito al rapporto con gli altri familiari e le altre generazioni."

Il testo si chiude con i lavori di Barbetta e Ugazio. Il primo compie un interessante viaggio nelle varie declinazioni del delirio, rintracciando nella relazione terapeutica una possibilità, per il paziente, di condividere le perplessità sullo stesso. Il secondo lavoro affronta il concetto di soggettività in un’ottica sistemica, ossia come risultato dell’intersoggettività, affrontando nello specifico le modalità conversazionali che caratterizzano varie tipologie familiari.

Il volume va dunque letto seguendo le diversità, ma anche le possibilità di connessione che è in grado di offrire.