Laboratorio di ricerca
Sommario 2/3 2000
FOUNDATIONS FOR CONCEPTUAL RESEARCH IN PSYCHOANALYSIS

Anna Ursula Dreher
Karnac Books, Londra 2000; pp. 208
Recensione di A. Cascioli

Sempre più la comunità psicoanalitica si confronta con il bisogno improrogabile di una ricerca analitica raffinata e di vasta portata, con il bisogno urgente di comprendere ancor più a fondo le difficoltà passate e le nuove opportunità offerte dalla ricerca in psicoanalisi.
Il volume di Anna Ursula Dreher, Foundations for Conceptual Research in Psychoanalysis, intende promuovere «il riconoscimento delle diverse forme di ricerca psicoanalitica, ed in particolar modo il riconoscimento del rapporto di interconnessione ed anche di interdipendenza» esistente tra esse. In tal senso, questo volume rappresenta una «lettura essenziale per chiunque nutra interesse per la natura della conoscenza psicoanalitica, per lo status scientifico della psicoanalisi e per il ruolo giocato dalla ricerca in psicoanalisi – concettuale ed empirica – nella continua evoluzione della psicoanalisi come scienza» (Wallerstein).
Anna Ursula Dreher presenta alcune attività di ricerca che possono essere descritte come ricerca concettuale in psicoanalisi, ovvero come «una classe di modalità di ricerca – non esattamente definibile – il cui focus risiede nella chiarificazione sistematica dei concetti psicoanalitici». In effetti, per ricerca concettuale si intende tanto la ricerca relativa alla storia dei concetti, con l’obiettivo di tracciarne l’origine e l’evoluzione, quanto la ricerca relativa all’impiego attuale di un concetto, nell’intento di chiarirlo e differenziarlo. In questo senso, la ricerca concettuale rappresenta uno strumento costruttivo e critico la cui utilità si rende evidente anche nella valutazione delle altre attività di ricerca. Secondo l’idea portante del libro, le ricerche concettuali in psicoanalisi sono essenziali quanto le diverse forme di ricerca empirica. La pratica psicoanalitica (empirica) senza i concetti psicoanalitici è cieca e i concetti psicoanalitici senza la prassi e la ricerca psicoanalitica sono vuoti. Con questo volume Anna Ursula Dreher intende descrivere la storia della ricerca in psicoanalisi e analizzare nel dettaglio le strutture delle ricerche empiriche e concettuali, dimostrandone l’interdipendenza e la necessità reciproca e analizzandone la metodologia.
Venendo alla struttura del testo, il primo capitolo del libro introduce alcune riflessioni metodologiche preliminari. In primo luogo, viene chiarito l’uso dei termini “empirico” e “concettuale”: l’autrice descrive con chiarezza il percorso secondo cui è possibile assegnare il termine empirico alle diverse forme di ricerca empirica e il termine concettuale a tutti i tentativi sistematici di chiarire l’uso esplicito ed implicito di un concetto. A tal proposito, come viene opportunamente sottolineato, «la ricerca concettuale psicoanalitica non è proprio così modesta nelle sue esigenze e nei suoi obiettivi». In secondo luogo, l’autrice descrive il modo in cui si suppone si verifichi il cambiamento teorico ed il progresso scientifico. A tal fine vengono descritte criticamente le posizioni teoriche che, classicamente, rivestono un ruolo preminente nel dibattito sul progresso scientifico: l’Empirismo Logico di Rudolph Carnap, il Razionalismo Critico di Karl Popper, così come la particolare posizione assunta in proposito da Bion, vengono offerti quali esempi di una prospettiva che considera la scienza come un processo razionalizzato logicamente. Per contro, viene descritta la posizione di quegli autori, come Kuhn e Feyerabend, i quali considerano la scienza come un processo storico e sociale. In ultimo viene presentata la posizione assunta nel dibattito da Foucault, quale esemplificazione di una prospettiva secondo cui la psicoanalisi si muove su un «livello che si sottrae alla consapevolezza dello scienziato e che, tuttavia, è parte del discorso scientifico» (Foucault, 1966).
Nel dibattito sulla ricerca in psicoanalisi e sullo status scientifico di essa, assume un ruolo fondamentale l’idea secondo cui l’evoluzione teorica e la pratica psicoanalitica siano connesse l’un l’altra in una maniera unica. Il secondo capitolo del volume affronta questo tema secondo un affascinante percorso logico. Una prima parte del capitolo è dedicata ad una discussione critica del concetto freudiano di Junktim, ovvero di «inseparabilità tra cura e ricerca». Vengono analizzate le peculiarità del concetto freudiano e il modo in cui esso si declina nella prospettiva della ricerca concettuale, distinguendo dunque i tre aspetti della ricerca a cui si potrebbe far riferimento con Junktim, sia separatamente che in combinazione: la ricerca come studio di un caso singolo; la ricerca come scoperta di un qualcosa di nuovo e la ricerca come ricerca scientifica moderna. Viene sottolineato come «l’idea, derivata dall’asserzione di Freud di un legame inseparabile, secondo cui ogni analista è un ricercatore, rappresenti un’ingenua non comprensione del processo di ricerca» (Thomä, Kächele, 1992). Una seconda parte del capitolo tratta e discute criticamente la natura dei dati che entrano a far parte del processo di ricerca in psicoanalisi. In questo contesto, la distinzione di Moser tra dati “on-line” e dati “off-line” insieme alla distinzione di Grünbaum tra dati “intraclinici” ed “extraclinici”, rappresentano lo sfondo su cui si staglia dialetticamente la prospettiva dell’autrice, con la sua divisione tripartita dei dati in: dati primari, dati primari derivati e dati extraclinici. Vengono sottolineate le particolarità e i problemi che i diversi tipi di dati pongono rispetto alla ricerca in generale e alla ricerca concettuale in particolare. La parte finale del capitolo è poi dedicata ad una breve, quanto esauriente, rassegna delle modalità di ricerca storicamente ed attualmente rilevanti in psicoanalisi, al fine di rendere evidenti gli elementi di somiglianza e di differenza rispetto alla ricerca concettuale. L’analisi delle peculiarità e dei problemi insiti alle diverse attività di ricerca, come la “classica” presentazione single-case del processo terapeutico, la ricerca che si fonda su una serie di studi single-case da essa derivata, la ricerca quantitativa in psicoterapia (secondo una “prospettiva naturalistica”), la ricerca empirica di base (per esempio l’infant research), serve da sfondo per una descrizione delle peculiarità e dei problemi della ricerca concettuale. La ricerca concettuale non condivide la posizione di Popper secondo cui sono solo le procedure finalizzate alla verifica delle ipotesi scientifiche ad essere razionalmente ricostruibili, e quindi atte ad una ricerca sistematica. Piuttosto, la ricerca concettuale tenta di avvicinarsi alla formazione del nuovo, in particolare ad aspetti di un concetto che hanno acquisito un nuovo significato e una nuova modalità d’uso e tenta di far ciò in una maniera sistematica, ovvero in una maniera tale da soddisfare il criterio della “ricostruzione razionale”. La ricerca concettuale in psicoanalisi – con la sua dimensione concettuale e la sua dimensione empirica – si pone dunque il duplice obiettivo di differenziare i concetti psicoanalitici e di ampliarne le basi probatorie empiriche clinicamente orientate. Obiettivo della ricerca concettuale è «la chiarificazione dei concetti attraverso la simultanea inclusione di esperienza clinica». A partire dallo stesso Freud, passando per i costrutti teorici di autori quali MacIntyre, Pulver, Laplanche e Pontalis, e citando alcuni panels dedicati ad esempio all’insight (Blacker, 1981) o all’«interpretazione» (Rothstein, 1983), l’autrice arriva a descrivere l’“Ernst Kris Study Group” del New York Psychoanalytic Institute come esempio di ricerca concettuale.
La sezione centrale e di maggior vivacità del volume illustra alcune declinazioni della ricerca concettuale in psicoanalisi, ovvero della “ricerca senza numeri” come viene elegantemente definita dall’autrice. Attraverso due esempi connessi ai concetti di “controtransfert” e “transfert”, nel terzo capitolo l’autrice tenta di mostrare la rilevanza degli studi concettuali anche per un paradigma della ricerca quantitativa in psicoterapia, come il metodo del Central Core Relationship Theme (CCRT) di Luborsky, ponendosi criticamente verso questo tipo di ricerca quantitativa e sottolineando i pericoli in cui incorre la psicoanalisi in mancanza di una relazione dialettica tra ricerca empirica e riflessioni concettuali. Nel quarto capitolo viene descritto nel dettaglio l’Hampstead Index Project, portato avanti presso l’Hampstead Child Therapy Clinic (oggi Anna Freud Center) inizialmente sotto la guida di Dorothy Burlingham e successivamente di Joseph Sandler. Sebbene non fosse originariamente concepito nell’intento di compiere una ricerca concettuale, è diventato il primo tentativo sistematico di chiarire, in un contesto di ricerca, lo sviluppo e l’utilizzo dei concetti psicoanalitici fondamentali. Attraverso la descrizione dei problemi e delle soluzioni adottate nella costruzione dell’Indice, l’autrice mostra come le analisi concettuali eseguite su base empirica godano di una lunga tradizione all’interno della psicoanalisi. Avvalendosi di un altro esempio storico più recente – il Trauma Project intrapreso presso il Frankfurt Sigmund Freud Institute agli inizi degli anni ’80 – il quinto capitolo consente di osservare un possibile percorso metodologico di un progetto di ricerca concettuale in psicoanalisi. Il progetto iniziò tracciando l’origine del concetto di trauma psichico, individuando i principali percorsi teorici seguiti nel suo sviluppo, esaminandone poi l’utilizzo nella prassi psicoanalitica contemporanea. L’attenzione dei ricercatori era, soprattutto, focalizzata sui cambiamenti concettuali impliciti e sul problema di come questi potessero essere adeguatamente compresi. Il Trauma Project aveva quale proprio obiettivo la chiarificazione del significato del concetto di trauma; rappresenta dunque un paradigma degli studi concettuali sistematici e viene presentato e discusso in questo capitolo principalmente nei suoi aspetti metodologici.
Il capitolo finale del volume è dedicato ad una più generale riflessione conclusiva di ordine metodologico tesa a mettere in evidenza la necessità sempre crescente di una ricerca concettuale secondo i criteri descritti nell’arco dell’intero volume. Allo stesso tempo l’autrice sottolinea come la ricerca concettuale possa essere realizzata solo per mezzo di modalità di ricerca interdipendenti, ovvero che la rigida separazione tra ricerca “empirica” e ricerca “concettuale” dovrebbe essere superata a beneficio della stessa psicoanalisi.
Concludendo, ci sembra di poter dire che Anna Ursula Dreher dimostri una profonda comprensione filosofica dell’evoluzione delle idee e delle teorie psicoanalitiche. Foundations for Conceptual Research in Psychoanalysis, anche per via delle brillanti illustrazioni del modo in cui la ricerca psicoanalitica può essere condotta, «può giocare un ruolo determinante per aiutare a forgiare il nostro futuro analitico. Il volume rappresenta una lettura indispensabile per chiunque sia interessato a fare o comprendere la ricerca psicoanalitica – ovvero noi tutti –» (Cooper).