Laboratorio di ricerca
Sommario 2/3 2001
L’ORGANIZZAZIONE DELLA MOTIVAZIONE E DELLE DIFESE
NEI MODELLI DI DREW WESTEN E JOSEPH LICHTENBERG

Vittorio Lingiardi, Francesco Gazzillo
È molto difficile trovare a favore della loro accettabilità argomenti che siano indipendenti dalle nostre preferenze.

Paul Karl Feyerabend (1978), Science in a Free Society
In questo scritto vogliamo delineare e paragonare i modelli relativi alle motivazioni e ai meccanismi di difesa elaborati da Drew Westen e Joseph Lichtenberg. Abbiamo scelto questi due autori perchè entrambi cercano di integrare le ipotesi psicoanalitiche con quelle elaborate in ambiti della ricerca (che per il momento definiamo genericamente “empirici”) sul funzionamento della mente; se questo è l'elemento che li accomuna, non poche sono però le caratteristiche che li differenziano. Per prima evidenziamo quella che ci sembra più rilevante: mentre Lichtenberg utilizza gli studi e le ipotesi nate nel contesto dell’infant research per costruire un modello del funzionamento motivazionale (vedi Lichtenberg, 1989) che poi applica alla clinica (Lichtenberg, 1996), Westen utilizza i dati della ricerca per validare e modificare ipotesi nate in buona parte in contesto clinico (Westen, 1999).
Entrambi gli autori possono essere considerati esponenti di rilievo di un modo di intendere la psicoanalisi che ha avuto una notevole diffusione negli ultimi vent'anni. La convivenza istituzionale di psicoanalisti e psicologi accademici, lo sviluppo della psicologia cognitiva, le scoperte delle neuroscienze, la diffusione dell’utilizzo di metodi di analisi dei dati basati sulla statistica e di strumenti di rilevazione e osservazione dei dati sofisticati e flessibili, nonché le richieste di validazione empirico-quantitativa delle asserzioni psicoanalitiche avanzate da molti epistemologi, dal mercato degli assicuratori e da numerosi ricercatori, sono alcuni dei fattori che hanno portato un numero sempre maggiore di analisti a rivedere o riformulare i propri modelli sulla base di studi sperimentali o quasi sperimentali.
In una recente intervista pubblicata sulla Newsletter dell’International Psychoanalytical Association, Fonagy (1999a) si augura un maggiore impegno della ricerca qualitativa e quantitativa nello studio degli esiti del trattamento, nella risoluzone dei problemi concettuali e nel miglioramento dell'immagine pubblica della psicoanalisi: “Il progresso della nostra disciplina dipende dalla rottura del suo isolamento rispetto agli straordinari progressi degli altri campi scientifici”.
Sia Westen sia Lichtenberg hanno tentato di integrare le ipotesi psicoanalitiche con le teorie nate nell’ambito della ricerca psicologica sperimentale: mentre, però, Westen fa riferimento in prevalenza a risultati delle ricerche a orientamento piagetiano, neopiagetiano, comportamentista, cognitivista, neurofisiologico ed evoluzionista, Lichtenberg risente soprattutto dell’influenza dell’infant research, della teoria dei sistemi, delle neuroscienze, della psicologia del Sé e delle riflessioni di derivazione intersoggettivista.
Le ipotesi sulle motivazioni che spingono l’uomo ad agire e sui meccanismi che celano a se stessi e agli altri la vera natura dei propri pensieri, affetti e comportamenti sono sempre state al centro della teoria psicoanalitica. Se circa le ipotesi sulla funzione delle difese è però ravvisabile una certa continuità, quelle riguardanti le motivazioni sono state quasi subito al centro di un acceso dibattito, basti pensare alle defezioni di Adler e Jung dal movimento freudiano; l’adesione alla teoria delle pulsioni, a quella delle relazioni oggettuali, alla rivisitazione del concetto di libido proposta da Fairbairn, o alla teoria dell’attaccamento, per fare qualche esempio, ha sancito l’appartenenza di uno studioso a una o all’altra corrente psicoanalitica.
Per motivi di spazio, in questo articolo ci limiteremo a trattare gli aspetti teorici dei modelli di Westen e Lichtenberg, rimandando a un futuro lavoro le considerazioni cliniche.

La motivazione nel modello di Westen

La ricerca empirica può essere utile non solo per verificare le ipotesi psicoanalitiche di base, ma anche per rifinirle.

Drew Westen, 1999, p.1097

Drew Westen, nel suo scritto Towards a clinically and empirically sound theory of motivation (1997a), sottolinea come gli psicoanalisti abbiano spesso postulato l’esistenza di ampi sistemi motivazionali (libido, aggressività, relazionalità etc.), per mezzo dei quali hanno tentato di spiegare comportamenti anche molto diversi tra loro, senza poi chiarire quali siano le “condizioni attivanti” dei sistemi motivazionali ipotizzati. Dice Westen: “Le persone differiscono nella misura in cui è probabile che un motivo o l’altro le ‘muova’, ma i loro motivi non influenzeranno i loro comportamenti a meno che qualcosa non li abbia attivati” (Westen, 1999, p.1092). Oppure: “La selezione naturale opera al livello di meccanismi specifici” attivati da stimoli precisi, e “non al livello di ampi obiettivi istintuali; questi ultimi sono costrutti selezionati dai teorici, non dalla natura” (Westen, 1997a, p.527). Si ha dunque bisogno di una teoria che prenda in considerazione meccanismi motivazionali specifici e condizioni precise che li attivano, e non ampi sistemi motivazionali i cui stimoli elicitanti non sono specificati.
Anche se gli stessi meccanismi sono utilizzati per molti scopi diversi, favorendo così una “commistione” tra questi ultimi, sostiene Westen, ciò non significa che uno di questi scopi abbia la priorità sugli altri. Per esempio: i sistemi dell’attaccamento e della sessualità condividono numerosi moduli comportamentali, come la ricerca della vicinanza fisica e del contatto, ma ciò non implica che uno dei due sistemi preceda geneticamente o logicamente l’altro. I sistemi motivazionali dell’attaccamento e della sessualità, continuando nell’esempio, sono, secondo Westen, sistemi diversi con elementi comuni, e spesso sono compresenti nella relazione con lo stesso oggetto.
Westen si oppone, dunque, alla riduzione della motivazione umana a uno o pochi sistemi fondamentali: “Siamo organismi complessi programmati dalla selezione naturale per avere bisogni complessi che favoriscono la sopravvivenza e la riproduzione. È improbabile che una teoria che ipotizza una o due motivazioni catturi questa complessità” (Westen, 1997a, p. 529). Un modello valido della motivazione umana dovrebbe invece:
1. Preservare “gli aspetti più importanti e durevoli della teoria motivazionale di Freud – il suo spirito più che il contenuto letterale –, vale a dire la sua enfasi sul corporeo e sull’animale, sul conflitto e sulla motivazione inconscia” (Westen, 1997a, p. 524).
2. Riconoscere che molte delle nostre motivazioni più importanti, ma non tutte, sono interpersonali.
3. Tenere in conto la prospettiva evoluzionista perché “le propensioni (proclivities) 1 mentali e comportamentali, come la morfologia fisica, hanno una storia evolutiva” (Westen, 1997a, p. 525).
4. Integrare i dati di origine clinica con quelli sperimentali.
Partendo da queste premesse, Westen elabora un modello che possiamo così sintetizzare: gli stati pulsionali, o una storia di associazioni apprese tra alcune rappresentazioni e specifici stati emozionali, determina l’esperienza di uno o più affetti. Questi ultimi portano il soggetto ad agire secondo il principio della ricerca del piacere e dell’evitamento del dispiacere. Il comportamento o i processi cognitivi messi in moto da questo principio determinano altri affetti che, in funzione della loro qualità piacevole o spiacevole, rinforzano positivamente o negativamente i comportamenti e i processi cognitivi che li hanno determinati, come postulato dalle leggi del condizionamento operante di Skinner o dalla legge dell’effetto di Thorndike.2
In questo senso, gli affetti possono essere definiti come meccanismi per la ritenzione selettiva di riposte comportamentali e mentali, incluse difese, formazioni di compromesso e strategie consce di coping (Westen, 1997a, p. 542).
Dal momento in cui gli stati affettivi si associano alle rappresentazioni cognitive delle esperienze, il principio di piacere-dispiacere postulato da Westen diviene funzionale all’adattamento dell’individuo al specifico ambiente di vita. Tale associazione, connessa all’organizzazione a rete delle informazioni, caratteristica del cervello umano, è culturalmente influenzata ed è in buona parte appresa per mezzo dei meccanismi del condizionamento classico e operante. La possibilità stessa di condizionamento, però, è geneticamente vincolata al valore potenzialmente adattivo delle associazioni tra specifiche categorie di stimoli e risposte.
Esiste dunque un’interazione tra alcune propensioni (proclivities) specie-specifiche per determinate frequenze affettive e l’ambiente, che plasma e fornisce al soggetto uno spettro di esperienze dotate di un significato motivazionale potenziale. “Dove la selezione naturale finisce, inizia la selezione naturale del comportamento per mezzo dell’apprendimento” (Westen, 1997a, pp. 529-30). D’altra parte, in ogni comportamento motivato è possibile rilevare componenti biologiche ed elementi appresi.
“Una propensione innata interagisce con la presenza degli oggetti reali per produrre strutture motivazionali che comprendono una rappresentazione di uno stato desiderato o temuto, una rappresentazione (semplice o complessa che sia) dello stato attuale vis-à-vis quello desiderato o temuto (in altre parole, a seconda che quest’ultimo sia stato raggiunto o no), e un affetto che riflette la discrepanza o la convergenza tra lo stato percepito e quello desiderato o temuto. L’affetto, a sua volta, motiva il comportamento […], e se quest’ultimo riproduce con successo uno stato piacevole o ne riduce uno avversivo, sarà codificato come procedura di successo per la regolazione affettiva, e sarà quindi attivato in situazioni simili nel futuro” (Westen, 1997a, p.535).3 Differenti tipi di discrepanza fra stati attuali e stati desiderati o temuti determinano affetti diversi (vedi anche Higgins, 1990). Per esempio: la discrepanza fra stato attuale e standard superegoici determina sensi di colpa, mentre quella tra una realtà frustrante e i propri desideri di amore e amicizia suscita affetti di solitudine e disperazione. Allo stesso modo, è possibile ipotizzare che vi siano procedure di regolazione emotiva evocate con maggiore probabilità da affetti di intensità o qualità specifica (per esempio: difese più primitive sono mobilitate con maggiore probabilità da stati affetti spiacevoli di notevole intensità).
È altresì possibile ipotizzare che le rappresentazioni degli stati desiderati e temuti, come ogni altra classe di rappresentazioni, siano organizzate gerarchicamente (vedi Rosch, 1978), e che le azioni tese a raggiungere un obiettivo motivazionale siano organizzate in sottoobiettivi gerarchicamente strutturati (vedi Anderson, 1993; Miller et al., 1960; Newell, Simon, 1972).
Questo schema è reso più complesso dal fatto che a uno stesso oggetto sono associati quasi sempre affetti diversi e di valenza opposta; le formazioni di compromesso evidenziate dalla psicoanalisi freudiana sono uno sforzo teso a soddisfare o ottimizzare contemporaneamente le diverse motivazioni che discendono da questa molteplicità di affetti. La situazione è resa più complessa dalla modulazione e dall’arricchimento delle rappresentazioni cognitive e degli affetti che caratterizzano il processo di sviluppo.
A proposito delle differenze tra le motivazioni consce, preconsce e inconsce, Westen fa riferimento ai risultati di ricerche empiriche che dimostrano come le motivazioni inconsce, misurate con il T.A.T.,4 influenzino in modo costante l’individuo e siano predittori migliori del suo comportamento a lungo termine rispetto a quelle consce, valutate con strumenti self-report, che si sono invece rivelate predittori più efficaci del comportamento immediato (vedi McClelland et al., 1989). I motivi attivati inconsciamente, aggiunge Westen, hanno anche antecedenti diversi da quelli dei motivi che le persone possono riconoscere coscientemente.
Westen rileva come alcune motivazioni possano essere inconsce poiché il soggetto, dopo averne fatto esperienza più volte in determinate situazioni, le ha automatizzate. In questo modo, senza esserne cosciente, il soggetto sperimenterà, in quelle determinate situazioni, le stesse motivazioni specifiche. Esse, aggiunge l’autore, “sono spesso guide migliori per l’azione rispetto alle analisi consce, e presumibilmente ‘razionali’ che [le persone] possono costruire in ogni situazione specifica, che non possono essere adeguatamente informate rispetto alla storia dei loro apprendimenti pregressi” (Westen, 1999, p. 1089; vedi anche Bargh 1997; Bargh, Barndollar, 1996; Wilson et al., 1993; Wilson, Schooler, 1991).
Sintetizzando quanto finora affermato, possiamo dire che le emozioni e gli stati sensoriali e sentimentali, per mezzo della tendenza umana a evitare il dispiacere e perseguire il piacere, canalizzano il comportamento. Gli affetti associati all’esito di determinati comportamenti e processi cognitivi fungono da rinforzo positivo o negativo degli stessi. Con lo sviluppo, gli stati affettivi sono associati a rappresentazioni cognitive per mezzo dell’interazione tra propensioni (proclivities) biologiche altamente specifiche ed evoluzionisticamente “utili” e l’ambiente in cui si vive. In questo modo, il meccanismo di regolazione affettiva in questione diviene funzionale all’adattamento dell’individuo al suo ambiente.
Westen chiarisce che il passaggio dalla teoria delle pulsioni a un modello per il quale gli affetti sono al centro della motivazione implica l’abbandono della teoria della libido e del concetto di Es come istanza motivante. Il modello motivazionale di Westen evita intenzionalmente di fornire classificazioni o gerarchie di bisogni primari, e si focalizza sull’individuazione della struttura comune ai diversi comportamenti motivati. La sessualità resta uno dei motivi che guidano il comportamento umano, ma non è più il sistema motivazionale principe. Anche il concetto di Es, inteso come struttura motivante differenziata dall’Io, va abbandonato. Dal momento in cui gli affetti e le motivazioni possono essere consce, preconsce e inconsce, la capacità di motivare diviene una proprietà tanto dell’Io quanto dell’Es, cessando così di essere la funzione che discrimina le due strutture.
Westen aggiunge anche che è importante: “districare i motivi inconsci da quelli primitivi” (Westen, 1999, p. 1093); anche ammesso che sia più frequente la rimozione di un motivo infantile rispetto a un motivo maturo, infatti, le motivazioni possono essere consce, preconosce e inconsce indipendentemente dalla “datazione” della loro origine.
Tutto ciò mette ancora più in crisi «il concetto di un Es primitivo come il deposito principale di tutta la motivazione». Per concludere: «Dovremmo “indebolire l’associazione” tra i termini motivi, inconscio, e primitivo [...] conscio / inconscio, razionale / irrazionale, maturo / primitivo e civilizzato / istintivo [...] non sono [...] sinonimi. E noi faremmo bene, alla fine, a rinunciare a un concetto come l’inconscio» (Westen, 1999, p.1097). Secondo Westen, infatti, la ricerca empirica ha abbondantemente confermato l’esistenza e la rilevanza di processi cognitivi, emotivi e motivazionali inconsci, di rappresentazioni inconsce rimosse, di conoscenze che non possono essere coscienti poiché la loro natura le rende difficili da verbalizzare e pensare (conoscenze implicite), e di conoscenze di cui non siamo consapevoli, in un momento dato, solo perché la coscienza ha una “capacità limitata”. Tutto ciò rende poco precisa l’ipotesi dell’esistenza di un unico sistema etichettato con la parola inconscio, ipotesi minata anche dalla confutazione sperimentale e clinica delle correlazioni, come quella tra processo primario, carattere pulsionale, qualità inconscia e principio di piacere, che sono alla base delle ipotesi freudiane sulla suddivisione dell’apparato psichico.
Infine, vogliamo accennare al fatto che, nel processo di diagnosi funzionale (Westen, 1998; Westen, Jonathan, 2000),5 le motivazioni, le esperienze del sé, degli altri e delle relazioni, e le risorse psicologiche, sono gli elementi fondamentali da valutare per pervenire a una descrizione della personalità che superi lo iato esistente tra i processi di elaborazione della diagnosi e formulazione di un caso. “La formulazione dinamica di un caso richiede la risposta a tre gruppi di domande: 1) Che cosa desidera la persona ? Che cosa teme? A che cosa dà valore? E in che misura queste motivazioni sono coscienti e in conflitto? 2) Quali risorse psicologiche – cognitive, affettive, comportamentali, compresi i processi di regolazione degli affetti – la persona ha a disposizione quando cerca di soddisfare i suoi desideri nel particolare contesto ambientale in cui vive? 3) In che modo la persona fa esperienza di sé e degli altri, e in che misura riesce a creare e a mantenere relazioni mature e reciprocamente soddisfacenti?” (Westen, 1997b, p. 1218). In questo senso, Westen (1998, p. 132) può affermare che, da un punto di vista clinico, la personalità ha a che fare con “la tendenza a rispondere cognitivamente, affettivamente e comportamentalmente, in certe circostanze specificabili, in modi che definiscono sia le disposizioni durevoli dell’individuo sia gli aspetti del suo carattere che potrebbe cambiare con profitto”.

Le difese nel modello di Westen

Nel pensiero di Westen, le difese si configurano come procedure inconsce attivate contro alcuni elementi di quelle reti associative che, se diventassero coscienti, determinerebbero un’esperienza affettiva spiacevole di intensità rilevante. Le difese consentono l’accesso alla coscienza soltanto a derivati delle associazioni contro le quali sono attivate. In questo senso, le difese sono processi impliciti di regolazione conseguenti una valutazione inconscia della valenza affettiva delle rappresentazioni percettive o cognitive attivate in un momento dato. Le difese sono dunque uno: “sforzo motivato inconscio teso a minimizzare le emozioni dolorose, o a massimizzare quelle piacevoli” (Westen, 1999, p.1088). “La funzione dei processi difensivi è quella di proteggere le persone dal fare esperienza di stati emozionali spiacevoli come angoscia e colpa, o di allontanare pensieri e ricordi che potrebbero attivare quegli stati” (Westen, 1999, p. 1078).
Westen fa riferimento a una serie di dati di ricerca che sostengono l’idea di un’organizzazione gerarchica dei processi difensivi tale per cui, con l’acuirsi di “sentimenti spiacevoli” come l’angoscia,6 il soggetto fa ricorso a difese progressivamente più primitive (vedi A. Freud, 1936; Hedegard, 1969; Vaillant, 1997).
Altri dati evidenziano come un livello più alto di difensività globale si accompagni a differenze più consistenti fra la descrizione di sé fornita dalla persona e il modo in cui il soggetto è visto dalle persone che lo conoscono meglio (Davidson, McGregor, 1995).
Molto noti, poi, sono i cosiddetti self-serving bias (vedi, John, Robins, 1994), processi cognitivi per mezzo dei quali ci percepiamo migliori di quanto le altre persone ci reputano; è stata dimostrata la correlazione di questi bias con il livello di narcisismo. A proposito della relazione tra difese ed egocentrismo, Westen nota che: «Molte (se non la maggior parte delle) difese richiedono per certi versi egocentrismo, poiché la persona fa finta che, siccome sta nascondendo qualcosa, neppure gli altri potranno vederla» (Westen, 1990a, p. 224).
Sembra anche che le difese abbiano una capacità di “mascheramento” inferiore sulle componenti somatiche delle emozioni, e che la mancanza di sintonizzazione con i propri stati affettivi abbia dei costi psicofisiologici, incidendo in particolare sull’attività cardiaca, sul sistema immunitario e sul livello di arousal (Shedler, Mayman, Manis, 1993; Gross, Levenson, 1993; Schwartz, 1990; Weinberger, 1990,1992; Pennebaker, 1989).
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