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| Sommario 2/3 2001 | |||||||||
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UNA RICERCA SU NEUTRALITÀ E SELF-DISCLOUSURE L. Roncari* |
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Riassunto
Larticolo presenta una ricerca effettuata proponendo a quindici psicoterapeuti di orientamento analitico una intervista tesa a far emergere le modalità attraverso le quali orientare la prassi clinica rispetto al concetto di neutralità e a quello di self-disclosure. Sono stati presi in considerazione terapeuti facenti riferimento a tre correnti del panorama psicoanalitico freudiana, lacaniana e junghiana al fine di rilevare eventuali differenze e punti di contatto tra chi, pur condividendo il riferimento a Freud, ha seguito diverse strade. I risultati indicano che tutti gli psicoterapeuti intervistati ritengono che con laumentare degli anni di pratica clinica e il raggiungimento di uno stile terapeutico personale si affievolisca lancoramento al principio di neutralità che sembra caratterizzare i primi anni di lavoro psicoterapeutico. Inoltre, i soggetti hanno complessivamente sottolineato il valore terapeutico di alcuni interventi di self-disclosure, purché frutto di riflessione e scelta; a questo proposito si sono evidenziate opinioni articolate allinterno delle tre prospettive teoriche considerate. Parole chiave: Relazione terapeutica, Neutralità, Self-disclosure. Summary Fifteen analytically-oriented psychotherapists were interviewed to bring to the surface the ways their clinical practice is oriented regarding neutrality and self-disclosure concepts. Therapists from three psychoanalytic trends were taken into account: Freudian, Jungian and Lacanian, with the purpose to enlighten possible differences and agreement points between them, Freuds followers all, but taking different roads. Results indicated that interviewed therapists were all convinced that, with increasing clinical practice and the shaping of a personal therapeutic style, the rigid bond to neutrality principle, marking first therapeutic work years, becomes weak. Moreover, interviewed subjects on the whole underlined that some self-disclosure interventions could be of therapeutic value, on condition that they were thought and chosen; on this topic, articulate opinions were expressed by therapists from the three theoretical orientations. Keywords: Therapeutic relation, Neutrality, Self-disclosure. Introduzione Questa ricerca è nata dal desiderio di capire come terapeuti di formazione psicoanalitica, nella loro pratica clinica, abbiano conciliato il riferimento alla regola della neutralità e limpossibilità concreta della sua piena attuazione nei termini formalizzati teoricamente da Freud. La curiosità che ha animato questo studio si è inserita in un panorama di ricerche su un concetto che apparentemente potrebbe sembrare antitetico rispetto a quello di neutralità, quello di selfdisclosure. Seppure, infatti, si siano trovate in letteratura diversi articoli tesi a chiarire il concetto di neutralità e per quanto diversi testi di autorevoli autori si occupino di tale caratteristica dellatteggiamento analitico, come la chiama Schafer (1984), non sono state trovate ricerche che abbiano affrontato questo concetto in termini sperimentali partendo dalle esperienze concrete degli psicoterapeuti. Le ricerche sulla selfdisclosure più interessanti in relazione agli obiettivi di questo studio (BergCross, 1984; Simon, 1988; Mathews, 1988 e 1989; Edwards & Murdock, 1994) hanno concentrato la loro attenzione sul confronto tra terapeuti di orientamenti teorici diversi. In questa ricerca si è scelto di considerare terapeuti accomunati dallo stesso tipo di formazione, quella analitica, proprio poiché lorientamento teorico era risultato essere il principale fattore differenziale rispetto alle posizioni sulla selfdisclosure e sulla neutralità (Yalom, 1985; Simon, 1988; Edwards & Murdock, 1994). In particolare si è deciso di approfondire allinterno dellorientamento analitico tre posizioni, precisamente quella freudiana, quella lacaniana e quella junghiana, attraverso lutilizzo di una intervista semistrutturata sulla quale è stata svolta una analisi del contenuto. La relazione terapeutica La relazione psicoterapeutica è un unicum rispetto agli altri tipi di relazioni interpersonali. La definizione dei ruoli in questo contesto comporta laccordo sul fatto che una persona, il paziente, parlerà apertamente della propria vita e laltro, il terapeuta, farà tutto ciò che è in suo potere per aiutare il paziente a stare meglio. Durante il corso della terapia si genera una particolare vicinanza tra terapeuta e paziente, ma lo scopo di tale relazione è unintimità a senso unico, nella quale sia esclusivamente il paziente a rivelarsi. Chiaramente questo è possibile solo in parte, perché ogni terapeuta non può evitare di fornire qualche pur implicita informazione su di sé. Lavvento della moderna pratica psicoterapeutica è generalmente fatto coincidere con lapparire della psicoanalisi. Sebbene luso del termine selfdisclosure sia comparso oltre un cinquantennio dopo la psicoanalisi, fin dal 1912 Freud aveva proposto delle linee guida alluso del sé per gli analisti in formazione («Il medico dovrebbe essere impenetrabile per il malato e, come uno specchio, non dovrebbe rivelare al paziente altro che la sua stessa immagine», 1912, p. 530). Laplance e Pontalis, nella loro Enciclopedia della psicoanalisi (1993), danno la seguente definizione di neutralità: Una delle qualità che definiscono latteggiamento dellanalista nella cura. Lanalista deve essere neutro quanto ai valori religiosi, morali e sociali, cioè non deve dirigere la cura in funzione di un qualsiasi ideale e deve astenersi da qualsiasi consiglio; neutro nei confronti delle manifestazioni di transfert, il che viene espresso abitualmente con la formula non entrare nel gioco del paziente; neutro infine, quanto al discorso dellanalizzato, cioè non deve privilegiare a priori, in base a pregiudizi teorici, un certo frammento o un certo tipo di significato. (p. 361) Il termine self-disclosure, difficilmente traducibile in italiano, indica ogni informazione personale su se stessi che una persona comunica verbalmente a qualcun altro. Il primo a collegare il concetto di selfdisclosure al processo terapeutico è stato Jourard (1964, 1968, 1971) che si schiera a favore della natura reciproca della self-disclosure. Egli (1971), che ha una posizione esistenziale, sostiene che la self-disclosure applicata alla psicoterapia può avere una funzione cruciale nella costruzione della relazione terapeutica: la capacità del paziente di essere sincero e di rivelare aspetti di sé sarebbe una conseguenza diretta del comportamento di apertura del terapeuta. Le idee di Freud sulla neutralità, la specularità e limpersonalità espresse negli scritti sulla tecnica hanno fatto sì che i clinici di orientamento psicoanalitico considerassero la self-disclosure lantitesi dellosservazione distaccata, una forma di acting-out controtransferale in grado di contaminare il transfert, di rendere il processo terapeutico più complesso o di sovvertirlo completamente. Tuttavia Freud stesso, che nei suoi scritti sulla tecnica raccomandava di essere completamente asettici e impersonali, nella pratica clinica si comportava molto diversamente, fornendo informazione implicite ed esplicite sulla sua personalità e altri aspetti della sua vita (Gay, 1988). Allinterno del panorama psicoanalitico e psicoterapeutico si incontrano posizioni diverse su il problema di come articolare astinenza analitica e partecipazione. Brenner (1973) ha una posizione strettamente ortodossa; è un convinto sostenitore della più completa neutralità da parte dellanalista: È abbastanza vero che in molti casi lanalista non rischia di ferire se sceglie di essere convincentemente umano (verso il paziente). Nondimeno, ci sono dei momenti in cui il suo essere umano può essere pericoloso, e uno non può sempre sapere in anticipo quando occorrono tali momenti. Altro portavoce contemporaneo del tradizionale atteggiamento di restrizione nei riguardi della self-disclosure è Langs (1982). A suo avviso le condizioni necessarie per una cornice terapeutica ideale sono costituite dalla definizione chiara e stabile dei ruoli relazionali; le deviazioni dal setting finirebbero sempre per costituire degli elementi inappropriatamente seduttivi in grado di attivare pericolose dinamiche inconsce di tipo aggressivo o di interferire con le libere associazioni del paziente. Langs pensa che le self-disclosure possano collocarsi lungo un continuum: a un estremo vi sarebbero le rivelazioni inevitabili, umanamente necessarie, che non interferiscono con la relazione terapeutica; allaltro una moltitudine di consapevoli self-disclosure che disturberebbero la cornice terapeutica ideale e la relazione tra paziente e terapeuta. Lane e Hull (1990) definiscono la propria posizione riguardo la selfdisclosure di moderata limitazione. Pensano che il miglior contesto per una terapia sia quello in cui lanalista assume un atteggiamento neutrale, in cui ogni contatto fisico e sociale sia evitato e in cui i conflitti propri dellanalista restino completamente fuori dalla seduta col paziente. La rivelazione di sentimenti personali, il racconto di aneddoti e altre forme di self-disclosure in genere ostacolerebbero il processo terapeutico; gli autori affermano, tuttavia, che in certe circostanze talune rivelazioni potrebbero favorire il lavoro dellanalisi. Palombo (1987), esaminando la questione della self-disclosure, ha dichiarato di considerare le rivelazioni volontarie dei terapeuti delle forme di acting controtransferali che però non avrebbero necessariamente degli effetti dannosi sulla terapia e che in taluni casi potrebbero persino facilitare lesame di realtà del paziente. Greenberg (1986) ha delineato come scopo della neutralità il raggiungimento da parte del terapeuta dellequilibrio tra essere percepito come un oggetto nuovo e un oggetto vecchio: La neutralità non dovrebbe essere misurata attraverso i comportamenti del terapeuta in ogni momento, ma attraverso la capacità del paziente di diventare consapevole e di tollerare il proprio transfert. Egli vede la relazione reale e non transferale con il paziente come una parte essenziale della alleanza di lavoro in grado di rendere possibile al paziente di lavorare proficuamente allinterno della situazione analitica malgrado gli impulsi di transfert. Ritiene sempre opportune le self-disclosure che hanno per oggetto errori mentre pensa che la rivelazione di informazioni personali, a seconda delle circostanze, possa favorire o diminuire la neutralità: Lanalista che mantiene un atteggiamento di distacco vale a dire lanalista che ha confuso il comportamento anonimo con lo scopo della neutralità non offre al paziente alcun contesto nel quale apprezzare la natura del transfert. Egli propone una nuova concezione della neutralità nella quale lo scopo del terapeuta dovrebbe essere agire in modo tale da incoraggiare il paziente a vedere il proprio terapeuta come non semplicemente identico alle figure di transfert. Analogamente Ehrenberg (1984) pensa che le risposte controtransferali che lanalista decide di condividere possano aiutare il paziente a diventare consapevole delle proprie compulsioni relazionali e del proprio reale impatto sugli altri. In un articolo del 1972, Weiner descrive come massimizzare limpatto terapeutico sia delle rivelazioni deliberate che di quelle involontarie da parte del terapeuta. Egli afferma che per specifici bisogni del paziente sia possibile operare selfdisclosure che abbiano un fondamento razionale, nellinteresse del paziente e non al servizio dei bisogni del terapeuta. Weiner descrive anche quelle che potrebbero essere delle controindicazioni alle selfdisclosure, per esempio la presenza di uninadeguata alleanza terapeutica, di un transfert negativo o del mancato allineamento dellio osservante del paziente con quello del terapeuta. È sua opinione che quando un paziente domanda rivelazioni al terapeuta occorrerebbe sempre chiedere al paziente di riflettere sulla ragione che lo spinge a desiderare tali informazioni per arrivare a una più profonda comprensione del paziente e del suo modo di vedere il terapeuta. Wachtel (1993), nel suo testo Therapeutic communication: Principles and effective practice, considera la potenziale ansietà del terapeuta uno dei più importanti fattori in grado di porre dei limiti alle rivelazioni. Gran parte della confusione nella letteratura e in coloro che svolgono pratica psicoterapeutica dipenderebbe dal fatto che il termine selfdisclosure può avere significati differenti: le discussioni sulla possibilità che il terapeuta riveli qualcosa di se stesso al paziente spesso non distinguono tra i vari tipi di informazioni o i diversi modi in cui tali informazioni possono essere fornite ai pazienti. Egli ritiene che il terapeuta sia visto essenzialmente come un osservatore, come un oggetto passivo o come un contenitore delle reazioni del paziente, che emergerebbero più o meno indipendentemente dalle sue reazioni o dalle sue caratteristiche. Invece, dal suo punto di vista, è molto importante che lanalista non solo sia consapevole del peso giocato dalle sue peculiarità, ma anche che riesca a usarle come strumenti terapeutici. Le ricerche precedenti Sono quattro le ricerche che hanno ispirato e guidato la ricerca sulla selfdisclosure di cui si occuperà questo lavoro; tre sono state svolte nel corso degli anni 80 da ricercatrici statunitensi e una nel 1994. Linda Berg-Cross, della Howard University, ha pubblicato nel 1984 un articolo intitolato Therapist self-disclosure to clients in psychotherapy. La Berg-Cross è stata spinta ad attuare questa ricerca dallo studio delle opere di Jourard in cui veniva dimostrato che in molti rapporti interpersonali il fatto che un partecipante operi delle self-disclosure aumenta la produzione di self-disclosure nellaltro partecipante allinterazione (effetto diadico). La Berg-Cross è dellopinione che la trasparenza del terapeuta, e il fatto che quindi egli operi delle self-disclosure, possa in certi casi essere un efficace strumento terapeutico. Per questo motivo ha condotto una ricerca volta a indagare la frequenza con cui dei terapeuti rivelavano informazioni di diverso genere su loro stessi ai pazienti. Per la ricerca, lautrice ha usato due strumenti: a) Un questionario sulla self-disclosure composto da venticinque item per valutare il grado con cui i terapeuti pensavano di condividere informazioni con i clienti durante la psicoterapia. b) Una scala differenziale per emozioni per valutare il grado con cui i terapeuti rivelavano le diverse esperienze affettive. I soggetti sperimentali (i 63 su 250 che hanno compilato il questionario che era stato loro spedito) sono stati divisi in base al tipo di terapia praticata, individuale, di gruppo, di coppia o familiare, e in base al loro orientamento teorico, umanisti e centrati sul cliente, comportamentisti o cognitivisti, di orientamento psicodinamico. I risultati indicano che i terapeuti rivelano in genere informazioni riguardanti una grande varietà di argomenti, dalle informazioni riguardanti il training professionale (più spesso rivelate) a quelle legate a esperienze sessuali (meno condivise). La condivisione di esperienze affettive sembra variare profondamente in relazione agli anni di esperienza clinica. Il risultato più interessante pare essere che nel campione, caratterizzato da un numero consistente di anni di pratica, vi sia una rilevante relazione tra anni di esperienza e aumento della condivisione di esperienze legate a emozioni negative (tristezza, vergogna, paura e colpevolezza). Judith C. Simon ha pubblicato nel 1988 un articolo intitolato Criteria for therapist self-disclosure apparso sull«American Journal of Psychotherapy» e in seguito, nel 1990, si è occupata della stesura di un capitolo del libro Self-disclosure in the therapeutic relationship di Stricker e Fisher (1990). La ricerca su cui si basano entrambi i contributi era volta a indagare i criteri usati da terapeuti esperti che praticavano psicoterapie individuali a lungo termine per operare delle self-disclosure volontarie. La Simon aveva spedito a diversi psicoterapeuti un questionario da lei creato sulla self-disclosure; i 27 soggetti che le avevano rinviato il questionario sono stati da lei posti su una scala da un alto a un basso grado di self-disclosure. Larticolo in analisi si basa sulle risposte di otto terapeuti esperti (cioè con più di dieci anni di pratica psicoterapeutica) a unintervista dellautrice; questi otto terapeuti erano rispettivamente i primi quattro e gli ultimi quattro della scala sul livello di self-disclosure. Dallanalisi qualitativa delle interviste sono emersi, secondo la Simon, tre temi: 1. La relazione terapeutica Sia i soggetti con bassa che quelli con alta propensione alla self-disclosure hanno sostenuto che il principale scopo della relazione terapeutica sia aiutare il paziente a raggiungere una condizione di migliore salute mentale. Tutti concordavano sul fatto che il terapeuta stesso fosse un fondamentale agente di cambiamento, che la sua personalità e il suo stile fossero variabili importanti e che il rispetto, lempatia, la compassione e la sincerità fossero componenti essenziali per il buon esito della relazione psicoterapeutica. Per coloro che avevano un alto grado di self-disclosure uno degli obiettivi principali della psicoterapia era creare col paziente una connessione sincera e umana che costituisse il contesto ottimale per la crescita del soggetto in cura. Invece i soggetti con basso grado di self-disclosure, pur concordando sullimportanza della sincerità della relazione psicoterapeutica, pensavano che mantenere un atteggiamento sincero comportasse essere rispettosi, calorosi, attenti, empatici e onesti, ma non necessariamente aperti. 2. Lorientamento teorico Secondo la Simon lorientamento teorico seguito dagli psicoterapeuti è il principale fattore in grado di determinare le self-disclosure. La distinzione tra i due gruppi di soggetti si rispecchia perfettamente anche su quello che secondo questi terapeuti dovrebbe essere il focus di una psicoterapia: per i soggetti con basso grado di self-disclosure la terapia si dovrebbe concentrare sullinterpretazione e sullelaborazione delle proiezioni dei soggetti; invece per coloro con alto grado di autorivelazione la psicoterapia dovrebbe mirare alla interconnessione empatica tra terapeuta e paziente. Questi ultimi soggetti definivano il proprio orientamento come eclettico, umanistico, esistenziale e incentrato sul qui e ora; a loro avviso i principali fattori terapeutici del loro lavoro sarebbero la verità, laffetto, la comunicazione, la comprensione e il legame umano. I soggetti con basso grado di self-disclosure consideravano luso del transfert, dellinterpretazione e dellinsight aspetti fondamentali del loro lavoro, e avevano in generale un atteggiamento molto più cauto nei confronti della self-disclosure dal momento che potrebbero esporre alle proiezioni dei pazienti. 3. Lautoconsapevolezza del terapeuta I due gruppi di soggetti hanno mostrato punti di vista contrastanti sulla autoconsapevolezza che un terapeuta dovrebbe possedere. I terapeuti dallalto grado di self-disclosure ritenevano il materiale di cui si discuteva durante le sedute meno importante dellinterazione intima e significativa tra loro e i pazienti. I soggetti con basso livello di self-disclosure pensavano, invece, che lautoconsapevolezza fosse necessaria al fine di minimizzare le distorsioni controtransferali. Ciascuno dei due gruppi considerati nella ricerca presentava una alta coerenza interna nel modo di intendere la relazione psicoterapeutica e nel definire il proprio orientamento teorico. |
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