Laboratorio di ricerca
Società e salute

IL SEGRETO
Enzo Leone


Un elemento che emerge peculiarmente nell’attività medica in generale e nel setting psicologico in particolare è il segreto. L’evento esistenziale mai svelato prima o su cui si richiede la massima riservatezza, impone allo specialista di confrontarsi con una realtà quanto mai composita, in riferimento alle esigenze che sono sottese a questa richiesta e che possono essere di natura sociale, legale o individuale. Spesso é alla base di un diturbo psichiatrico anche grave, che si struttura su un evento che, per sentimenti di colpa, di inferiorità o di disfunzionalità sociale, creano un vero e proprio mondo ‘altro’ in cui si dipanano esistenze apparentemente normali. Malattie invisibili, vissute con vergogna e talora con angoscia, fino a gravi impairment dell’intera esistenza.
Dal punto di vista del DSM-IV il segreto, in psicopatologia, è da considerarsi facente parte dello spettro della Simulazione. Ne dà ampia e documentata disamina GB Cassano nel suo Trattato di Psichiatria, fonte da cui apprendiamo nozioni certo fondamentali e di interesse per la trattazione del nostro argomento.

Nel mondo animale e vegetale la capacità di simulare e mentire agli altri inviando false informazioni, è strettamente legata alla sopravvivenza e all’evoluzione. Si pensi al mimetismo o alla capacità di dissimulare le proprie intenzioni attraverso un comportamento di indifferenza o ad altre strategie comportamentali relazionali fra individui della stessa specie: ciò può permettere al predatore di nutrirsi ed alla preda di continuare a sopravvivere, oppure a non soccombere alle gerarchie del branco.
Nel bimbo simulare e mentire può far parte attiva di un processo di identificazione: vengono così definiti i limiti del mondo degli adulti e le proprie possibilità di autonomia. Un eccesso di menzogna e simulazione può però costituire un quadro psicopatologico e porre le basi di un Disturbo Antisociale di Personalità. Questo sarebbe un comportamento ancestrale residuo, che pone in essere atteggiamenti di costante difesa e opposizione a un mondo percepito comunque come violento.
Nell’adulto la simulazione, il non rivelare le proprie intenzioni o mantenere segreti alcuni aspetti di sé, può essere considerata espressione di un’abilità sociale al fine di poter usufruire di una propria autonomia di pensiero e di valori, favorendo l’autovalorizzazione, l’autoaccettazione, oltre alla stima propria e degli altri.
La menzogna altruistica del medico può essere finalizzata ad allontanare la propria ansia di fronte a un malato terminale ma può avere altresì una ricaduta positiva sul paziente, dal punto di vista psicologico, che non sentendosi “condannato a morte” può continuare a porsi nell’esistenza come presenza storica, evitando il rischio della rinuncia e dell’abbandono. A volte, infatti, non svelare la prognosi di una particolare patologia, come ad esempio il cancro, può giocare un ruolo rilevante sulla dinamica esistenziale del paziente e anche sull’evoluzione stessa della malattia: il ritenersi ‘senza speranza’ può dar luogo alla perdita della progettualità della propria esistenza con il rifugiarsi in un fatalismo disperato e nell’esclusione sociale. è questo un tema dibattuto in ambito medico, in quanto si scontra con esigenze sociali, posizioni culturalmente accettate anche se non sempre condivise. link
Buñuel ne Il fantasma della libertà, pone in rilievo questo aspetto del rapporto medico-paziente quando fa reagire violentemente un ammalato di cancro (consapevole del suo stato di malattia) verso il medico che, interrogato sulle proprie aspettative di vita, non risponde con l’attesa pietosa bugia, ma gli ‘dice la verità’.
Kurosawa, invece, nel film “Vivere”, svela un approccio opposto della cultura medica giapponese all’informazione della malattia e del suo progredire, etica che sembra persista anche ai tempi nostri e che, agli occhi di un occidentale, può essere considerato un abuso quando non perseguibile per legge.
Cassano identifica vari tipi di menzogna oltre a quella altruistica: la menzogna benigna, difensiva, compensatoria, vicariante, per autoingannarsi, aggressiva, sadica, per sentimenti di colpa, per intossicazione d’amore, distruttiva, isterica, psicotica, a seconda del contesto in cui viene espressa e del vantaggio psicologico che ne deriva, ma tutte generalmente con carattere difensivo e autoconservativo.
In altri casi si verifica l’evenienza di simulare e mentire a sé stessi, e in questo spettro si pone una forma particolare di disturbo narcisistico (Self Deceptive Narcissistic), nel quale viene mantenuta in età adulta la convinzione, acritica, di quanto è stato inculcato dai parenti nell’infanzia, vivendo le relazioni interpersonali in modo stereotipato, con emotività superficiale e grave deprivazione di empatia.
Questo particolare comportamento è, con quadri più sfumati, comune universalmente: Robert Hoffmann, inventore dell’Hoffmann Quadrinity Process, link un percorso esperienziale che mutua tecniche espressive che vanno dalla bioenergetica alla meditazione, definisce ‘Sindrome dell’Amore Negativo’ l’adottare comportamenti, umori, atteggiamenti e ammonizioni negativi (evidenti e silenziosi) dei nostri genitori, per assicurarci il loro amore. Attraverso questo processo si può eliminare la necessità di agire questi comportamenti in modo incontrollato e automatico. Questa ‘sindrome’ può considerarsi quindi una simulazione comportamentale, molto vicina al Self Deceptive Narcissistic: segreti trascinati dall’infanzia fino all’età adulta vengono così svelati ed elaborati fino al riconoscimento del vero valore di sé.

La psicoanalisi considera, in linea generale, un meccanismo di difesa l’occultare un evento della propria vita alla propria coscienza emozionale o al vissuto della proprio vivere intrapsichico.
Per Sigmund Freud la Rimozione è il meccanismo di difesa per eccellenza. Grazie ad esso eventi che potrebbero compromettere l’integrità dell’Io, vengono posti in una zona della psiche ove rimangono fino alla loro elaborazione. Altri meccanismi di difesa, secondo la psicoanalisi di Melanie Klein, sono il Diniego, un meccanismo di difesa maniacale: “prima di ogni altra cosa é denegata la realtà psichica”. Il Controllo e il dominio di tutti i suoi oggetti é un’altra modalità con cui l’Io denega il terrore che ne prova. Uno dei meccanismi primitivi di difesa è la Scissione, termine con cui si indica la separazione degli oggetti nei loro aspetti buoni e cattivi. Per la Klein, questo meccanismo é alla base dello sviluppo della personalità nell’infanzia e ne rappresenta l’aspetto chiave: la percezione sempre più realistica degli oggetti porta infatti alla posizione depressiva. Esistono vari sottogruppi di scissione a seconda dell’implicazione dell’Io e della sua frammentazione. La frammentazione schizofrenica sarebbe un tentativo difensivo di cancellare un oggetto frammentandolo in tante parti minori. Forme gravi di scissione danno origine ad una forma di rimozione particolarmente rigida e impenetrabile.
La religione cattolica, per mezzo della confessione, attua questo tipo di modalità per difendere la coscienza dall’angoscia del senso di colpa determinato dal peccato: ad essa segue infatti una penitenza e la susseguente integrazione dell’oggetto della scissione in una forma più tollerabile.
Il segreto professionale impone la riservatezza su quanto acquisito riguardo alla salute del paziente, di qualsiasi cosa si tratti. La legge attualmente in vigore in Italia a tutela della privacy, vorrebbe consolidare quest’aspetto con normative sulla gestione informatica dei dati, ma sorgono perplessità su come possa adempire ciò il servizio pubblico che, per sua natura, non è gestito da un singolo individuo, ma da una teoria di funzionari intermedi che nella quasi totalità nulla hanno a che fare con la salute in senso stretto, ma che, nelle realtà dei paesi piccoli, spesso conoscono personalmente chi è affetto da una particolare malattia o ha praticato un determinato intervento, potendo conoscere direttamente chi ha diritto ad un’esenzione al pagamento del ticket, ad esempio.
Un momento in cui il segreto può essere svelato, è nel corso di un procedimento giudiziario: il giudice può chiedere informazioni al medico curante sulle patologie da cui è affetto un individuo accusato di un delitto. La possibilità di eludere questa richiesta e non incorrere nelle sanzioni previste dall’art. 609 del cp, può essere fatta appellandosi al segreto professionale o richiedendo al giudice stesso una liberatoria, per potersi difendere da eventuali rivalse da parte della persona di cui si richiedono informazioni.
Per quanto riguarda l’HIV, la normativa vigente non consente di definire con certezza un modo sicuramente valido di comportarsi, svelando agli stretti congiunti la condizione di infezione, che impedisca al medico di non incorrere in un reato. link
La richiesta di mantenere segreta la propria condizione di sieropositività, cosa che genera questo impasse medico-legale, non ha le sue radici nella psicologia individuale, bensì nella patologia psicosociale che si è venuta a creare attorno al fenomeno AIDS.
Il clima di ‘pubblica isteria’ determinato dalle credenze paniche che hanno saturato l’informazione, fin dalla scoperta del virus HIV, hanno paradossalmente impedito una modalità razionale e rassicurante di affrontare la malattia. Ma come afferma Salvini, “poiché sembra che gli individui tendano a puntellare il proprio equilibrio interno e l’ordine del mondo con un costante allarme difensivo, allora le rappresentazioni dilatate e stereotipiche della malattia contaminante e della devianza, forse, servono anche a questo scopo”.
Oltreoceano le cose vanno diversamente: Christine Maggiore crea addirittura un sito web sulla sua condizione di sieropositività e sui diversi punti di vista riguardo al rapportarsi con l’infezione. link

Su Internet, usando come parole chiave segreto e malattia, si scopre che il 25 % dei pazienti diabetici non svela la propria condizione di malattia, con inevitabili ricadute sul piano relazionale e psicologico e può porre le basi di un comportamento depressivo nell’adolescente. link Ciò è vero anche per chi è portatore di psoriasi, una malattia ‘visibile’, per il timore che possa essere considerata contagiosa.
La malattia ha un significato spesso scisso dalla concreta essenza della patologia, venendo a prevalere lo stigma che viene ad acquisire ed imposto socialmente: si pensi all’epilettico che, a fronte di episodi critici che complessivamente non raggiungono le tre ore in tutto l’arco dell’esistenza, vive l’isolamento sociale per tutta la vita.

Ma rimane la malattia mentale la malattia segreta per eccellenza, con evidenti ricadute sulla salute individuale e collettiva. link
Lo stigma sociale imposto da secoli di esclusione e ignoranza, la portano ad essere la più rappresentata fra le malattie segrete ed anche quella che la letteratura ha maggiormente enfatizzato. Ne “Il segreto dell’uomo solitario” di Grazia Deledda, la malattia mentale viene svelata dalla comparsa, nella vita del protagonista, di una realtà identica alla propria: questo lo porta a scoprire l’amore e a capire che la gioia è dentro ognuno di noi e non va cercata all’esterno.
Tuttavia, malgrado gli sforzi e l’evoluzione del trattamento della malattia mentale in generale, rimane ancora oggi vera l’affermazione che “se l’individuo può raggiungere un certo grado di serenità e di equilibrio al livello personale, non può però sottrarsi all’impatto con una conflittualità insuperabile che lo aspetta comunque nella vita sociale: può migliorare il disagio personale, ma non il disagio della civiltà” (Freud, 1929).
Le scorie della conflittualità individuale si depositano, infatti, nei meccanismi sociali, determinando atteggiamenti sociali che paradossalmente non si dimostrano conservativi, per la specie, ma ne limitano grandemente la dialettica e l’evoluzione.
La malattia grave comporta, inoltre, notevoli ricadute sul ,piano comportamentale ed evolutivo, come possiamo sapere dall’esperienza di Gelmini in una scuola come insegnante di sostegno. link
Sono queste riflessioni che oggi non vengono più accolte con attenzione, presi come siamo dalla necessità di agire, senza accogliere quelli che invece sono gli aspetti cruciali dell’esistenza e della mente umana nel suo esprimersi nel mondo.

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Natalia Ginzburg affronta il tema del silenzio in uno scritto del 1951, in cui isola i momenti salienti della sua esistenza, nei quali dovette confrontarsi con il non detto:

Abbiamo cominciato a tacere da ragazzi, a tavola, di fronte ai nostri genitori che ci parlavano ancora con quelle vecchie parole sanguinose e pesanti. Noi stavamo zitti. Stavamo zitti per protesta e per sdegno.

esprimendo con viva forza quello che lei avvertiva, reduce da un’esperienza di segregazione, come opprimente e incomprensibile agli occhi di un giovane.

Eravamo ricchi del nostro silenzio.
Adesso ne siamo vergognosi e disperati, e ne sappiamo tutta la miseria.
...
L'uomo non può che accettare il proprio viso così come non può che accettare il suo proprio destino: e la sola scelta che gli è consentita è la scelta fra il bene e il male, fra il giusto e l'ingiusto, fra la verità e la menzogna.
...
Il silenzio miete le sue vittime ogni giorno.
Il silenzio è una malattia mortale.


fino alla considerazione finale:

Il silenzio dev'essere contemplato, e giudicato, in sede morale.
Perché il silenzio, come l'accidia e come la lussuria, è un peccato.
Il fatto che sia un peccato comune a tutti i nostri simili nella nostra epoca, che sia il frutto amaro della nostra epoca malsana, non ci esime dal dovere di riconoscerne la natura, di chiamarlo col suo vero nome.

Natalia Ginzburg probabilmente parla del peccato del silenzio, attribuendo alla parola peccato l’antico significato semantico, non alterato dalla storia umana, che inevitabilmente collocherebbe oggi il termine in un’altra dimensione di senso. Viene così esplorato non solo il silenzio disperato, ma anche la disperazione del silenzio, ponendone in risalto sia l’aspetto drammatico sia il profondo significato intrapsichico, ma, a nostro avviso, senza prenderne in considerazione il valore esistenziale e storico, nella sua concreta dimensione umana. Solo così si può interpretare ai giorni nostri, in cui tutto viene senza ritegno raccontato e ostentato, la riflessione della Ginzburg, fatta alla fine di un’epoca di repressione e silenzi imposti.

Joss Moody, trombettista jazz del XX secolo, mantenne segreta per tutta la vita la sua vera identità sessuale. A diciannove anni decise di diventare uomo, cambiò il suo nome da Josephine in Joss e si propose come maschio al mondo intero, facendosi accettare come tale. Un segreto svelato in camera mortuaria dall’addetto a ricomporre le salme, tenuto nascosto al figlio adottivo. Una lettera “da aprirsi dopo la mia morte” dà una risposta al figlio e al mondo delle motivazioni della sua scelta in una biografia essenziale e stringente, pur narrata in forma di romanzo. Joss consacrò la sua vita ad un paradigma di libertà unico: nella sua esistenza fu bambina, ragazza, ragazzo, uomo, donna, vecchio, vecchia. Il suo segreto diventa il teatro in cui si dipana una vita piena e ricca, musicista e padre, simbolo di una liberazione pensata e agita oltre la contraddizione della forma e perentoriamente affermata.
Il taboo sessuale è così dislocato altrove, in un luogo in cui gli artificiosi metodi con cui la cultura umana impone astrattamente un significato ad ogni individuo, non può arrivare.
L’inautenticità diviene qui, paradossalmente, autentico rappresentarsi del sé, che può dispiegarsi superando ogni barriera, burocratica e sociale, muovendosi nel flusso storico del mondo in modo naturale e vero. L’estraniazione da una presenza vissuta come contraddittoria, non diviene così atto destorificante, come avviene ad esempio nel malato mentale, ma attraverso una nuova e radicalmente diversa soggettività, sfugge alla crisi dell’oggettivazione del mondo, e quindi all’angoscia della necessità di fare e l’impossibilità di agire, poiché riesce a riproporsi in modo relativo e sintono.
“L’angoscia è esperienza della colpa, perché la caduta dell’energia di oggettivazione è la colpa per eccellenza, che chiude il malato in una disperata melancolia” scrive De Martino. Joss risolve strategicamente e pragmaticamente questo conflitto, abrogandolo prima ancora che si dispieghi.
L’antropologia, attraverso le geniali ed esaustive considerazioni di Ernesto De Martino affronta il problema della crisi della presenza nella società arcaica e di come l’angoscia esistenziale venga culturalmente elaborata e risolta. Considerando la malattia invisibile per eccellenza, quella neurologica e psichiatrica, possiamo così considerarla in rapporto con la storia culturale dell’umanità, cioè con un sistema artificioso di pregiudizi e considerazioni che determina il declinarsi di comportamenti sociali secondo modalità quasi automatiche, genericamente protettive e scarsamente razionalizzanti e risolutive. Michel Foucault affronta questo tema, storicamente, in un’opera che può essere considerata cardinale, dal punto di vista storico.
“L’angoscia è il pericolo supremo, cioè il profilarsi di quella situazione finale in cui l’organismo non può adattarsi all’ambiente e si trova minacciato nella sua stessa esistenza” scrive Kurt Goldstein, che svela così inconsapevolmente la soluzione esistenziale al dramma creato dalla perdita della presenza: il riciclaggio comportamentale, in senso adattativo, di modelli appresi o imposti socialmente, che consentano l’autoaffermazione e la riconferma del valore.
Nel campo della psicopatologia si esprime la più grande contraddizione a riguardo: lo stigma sociale del matto è elaborato e riproposto socialmente e individualmente attraverso il passaggio obbligato della cura, salvifico mediatore tra la colpa e lo stigma stesso (destigmatizzato), passaggio obbligato necessario al reinserimento nella società ‘sana’. Il soggetto, la presenza malata, diviene così oggetto di una nuova proposizione, quella in cui perde l’identificazione con la sua angoscia e diventa ‘malato’, evitando così la catastrofe dell’essere nel mondo come angoscia adialettica, riproponendosi storicamente a condizione di accettare lo stigma.
“La presenza malata è – dal punto di vista culturale della storia dell’umanità – un’astrazione, poiché la cultura è il frutto della lotta vittoriosa della sanità contro l’insidia della malattia, vale a dire contro la tentazione di abdicare alla stessa possibilità di essere una presenza inserita nella società e nella storia” scrive sempre De Martino, definendo così l’origine antropologica dello stigma, la sua necessità e il suo essere, paradossalmente, una “minaccia mortale” per la presenza sana, poiché “si sottrae a quella potenza dialettica per cui sta soltanto come momento negato e variamente redento nell’opera attuata e nel valore conseguito”.
Il segreto è quindi, dal punto di vista dell’antropologia, un momento magico, salvifico e protettivo, in grado di riconsegnare alla presenza il suo valore impedendogli di smarrirsi; compie ciò destorificando l’evento ‘maligno, portatore di angoscia e riconsegnando l’individuo al flusso della storia culturale dell’umanità.
“Un certo concreto aspetto negativo e un corrispondente desiderio di eliminazione viene ritualmente riassorbito in una esemplarità mitica e risolutiva”. Quindi l’angoscia che deriva dalla crisi della presenza, ossia dall’impossibilità di agire nella storia e nella società – esperienza di vuoto che si presenta, come si è visto, in numerosi frangenti sempre culturalmente connotati – è il sostrato psicologico cui fa riferimento la fenomenologia del segreto. E considerando con De Martino la magia un modo con cui “un certo concreto aspetto negativo e un corrispondente desiderio di eliminazione viene ritualmente riassorbito in una realtà mitica e risolutiva” possiamo dare così al nostro tema un contorno più chiaro e definito.

La magia, intesa come sistema di guarentigie , compromessi compensi, è prospettata da De Martino in rapporto all’esigenza di stare nel mondo per agirvi, contro il rischio di essere agiti.
Presenza: l’esserci elementare, fondato e condizionato dal principio dell’atto della funzione trascendentale. La presenza si mantiene in quanto capace di trascendere, attraverso l’atto, qualsiasi contenuto esistenziale, qualsiasi accadimento emozionale della vita individuale o collettiva.
Il segreto è quindi, dal punto di vista antropologico, uno strumento per trascendere qualsiasi accadimento emozionale della vita individuale e collettiva, attraverso l’atto. Questo dà la possibilità di stare nel mondo per agirvi, annullando il rischio di essere agiti, ponendosi come evento salvifico, magico, trovando la sua realizzazione in una destorificazione che porti al reinserirsi nel mondo, cioè nel valore dell’opera umana.


BIBLIOGRAFIA

Buñuel, Luis - Il fantasma della libertà. Film del 1974.

Cassano, Giovan Battista et al. – Trattato italiano di psichiatria. Masson, 2000.

Colapietro, Vincent - Acedia: a case study of a deadly sin and lively sign. Semiotica 117-2\4, 357-380, 1997.

Foucault, Michel – Storia della follia nell’età classica. BUR, 1976.

De Martino, Ernesto – Morte e pianto rituale nel Mondo Antico. Boringhieri, 1958.

De Martino, Ernesto – Sud e magia. Feltrinelli, 1959.

Ginzburg, Natalia – Il silenzio in “Cultura e realtà”, Torino nel 1951 tratto dal volume “Le piccole virtù”. Einaudi, 1962.

Hinselwood, RD – Dizionario di psicoanalisi Kleiniana. Raffaello Cortina Editore, 1990.

Kay, Jackie - Trumpet. LaTartarugaeditore, 1999.

Kurosawa, Akira - “Vivere” . Film del 1952.

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Salvini A – AIDS. Radici collettive di un’ansia individuale: le vie della paura. Psicologia Contemporanea 85:40-5, 1988. In AIDS Sindrome da immunodeficienza acquisita.Conoscerla per prevenirla. Seconda edizione. Regione Lombardia, 1991.