Laboratorio di ricerca
Sommario 2/3 2000
CLINICAL AND OBSERVATIONAL PSYCHOANALYTIC RESEACH:
ROOTS OF A CONTROVERSY

André Green & Daniel Stern
A cura di Joseph Sandler, Anne-Marie Sanlder e Rosemary Davies
Recensione di Riccardo Williams
Il tema della ricerca empirica in psicoanalisi, certamente non nuovo e oggetto d’interesse da parte degli psicoanalisti a partire dagli scritti dello stesso Freud, è stato al centro nel corso degli ultimi tre decenni di un rinnovato dibattito. Le stringenti critiche all’impianto teorico freudiano e la contemporanea proliferazione di modelli ad esso alternativi, difatti, hanno reso ancora più sentito il problema di definire l’ambito di ricerca entro cui confrontare e far evolvere la conoscenza psicoanalitica. Particolare rilievo, in questo senso, hanno assunto gli studi sull’osservazione del comportamento infantile, settore di ricerca comunemente noto come infant research. I contributi provenienti dall’infant research non solo hanno promosso un movimento di revisione dei principali assunti delle teorie psicoanalitiche dello sviluppo infantile, ma hanno anche inteso fornire una prospettiva metodologica cui ispirare la ricerca futura. L’accoglienza riservata a questi studi all’interno del mondo psicoanalitico, d’altra parte, non è stata di segno unanimemente favorevole e prese di posizione contrastanti a riguardo sono apparse sulle principali riviste di psicoanalisi.
Il presente volume, dunque, nasce proprio con l’intento di mettere ordine in un dibattito dal carattere altrimenti frammentario che a tratti ha raggiunto i toni di una vera e propria controversia. Esso raccoglie i contributi di una conferenza organizzata sull’argomento nel 1997 dall’Anna Freud Centre di Londra. Le linee guida della discussione sono affidate ad André Green e Daniel Stern ed arricchite dagli interventi dei molti membri della British Psychoanalytic Society partecipanti ai lavori oltre che da una nota di commento di Robert Wallerstein. La scelta di far dialogare Green e Stern riflette l’intento dei curatori di collocare la discussione sulla ricerca empirica sul più ampio sfondo della diversificazione culturale che ha caratterizzato lo sviluppo del pensiero psicoanalitico contemporaneo. I termini della controversia sembrano riprendere le più ampie questioni che hanno visto contrapporsi, seppur in modo non sempre omogeneo, gli orientamenti europei, rappresentati in primo luogo dalla scuola francese, con quelli caratteristici del mondo anglosassone. Nella dialettica tra i due autori, così, non si evidenziano solo delle diverse opzioni metodologiche, ma, in modo più profondo e fondamentale, degli indirizzi epistemologici e dei modi di intendere la psicoanalisi sostanzialmente diversi. La risposta al quesito quale ricerca per la psicoanalisi, allora, pur prendendo spunto da alcuni problemi specifici posti dall’infant research, passa per la discussione di temi più ampi quali la concezione di scienza, i rapporti tra metodo e oggetto d’indagine, il confronto tra oggettività e soggettività, le relazioni tra psicoanalisi e psicologia, le definizioni d’inconscio e realtà intrapsichica, i diversi modi di concepire l’emozione e la rappresentazione, la nozione di tempo.
Le tesi di André Green, in linea con gli orientamenti della scuola psicoanalitica francese di cui egli è autorevole esponente, sono volte a ribadire l’imprescindibilità, per una ricerca che sia veramente rilevante per la psicoanalisi, degli aspetti fondamentali della lezione freudiana. Secondo Green, in particolare, la definizione del metodo nella scienza non può prescindere dalla definizione dell’oggetto d’indagine che, nel caso della psicoanalisi, è costituito dalla realtà intrapsichica dell’individuo. Ciò che conta per la psicoanalisi non è il mondo esterno, il dato sensibile, ma l’elaborazione soggettiva, per lo più inconscia, che di esso compie il soggetto. Se si parla di soggettività, si parla di inconscio e di una dimensione del mentale che pur trovando espressione nella realtà osservabile non è ad essa riducibile. La realtà psichica si declina in modo mutevole e peculiare nella storia di ciascuno. A poco vale il tentativo dell’infant research e, più in generale, della psicologia scientifica di descrivere, desumendoli dalle evidenze sperimentali, contenuti inconsci universali e predefiniti. Queste discipline non riescono a penetrare il mondo della soggettività inconscia e possono tutt’al più risultare utili a ricostruire il modo in cui emerge la rappresentazione conscia della realtà. Esse, pertanto, non possono aspirare a sostituirsi alla psicoanalisi. L’infant research pur occupandosi a pieno titolo dello sviluppo psicologico del bambino, non può pretendere di affrontare ciò che Green definisce l’infantile, la dimensione inconscia che domina la vita mentale tanto del bambino che dell’adulto. Tutti i tentativi di esplorare l’esperienza soggettiva del bambino osservandone il comportamento, nota peraltro lo psicoanalista francese, non sono meno inferenziali e meno impregnati della soggettività del ricercatore delle ricostruzioni della vita infantile forniteci da Freud e dalla Klein. Le teorie evolutive di Stern e di altri ricercatori assumono agli occhi di Green il valore di narrazioni fantascientifiche. L’unica strada da seguire, se non si vuole tradire lo spirito della psicoanalisi e al contempo mantenere una tensione di ricerca e innovazione, è costituita dall’attenzione per il dato clinico. La verità sull’inconscio può essere appresa solo in quel peculiare stato mentale che caratterizza la situazione psicoanalitica. Ne risulta una concezione di ricerca ampliata che non si limita ad includere gli studi sperimentali e i dati di laboratorio, ma anche le esperienze cliniche, evidenze di una soggettività altrimenti insondabile.
Le repliche di Stern a Green sono articolate su diversi piani e, come prevedibile, vanno tutte nella direzione di ribadire l’utilità della ricerca osservativa per la psicoanalisi. In primo luogo, Stern cerca di sostanziare la sua posizione su un piano epistemologico evidenziando le differenze di fondo esistenti tra i due approcci. Se è vero che, per assunto, le ipotesi psicoanalitiche sul significato inconscio dei comportamenti non possono ricevere alcuna conferma sul piano osservativo, è anche vero che la psicoanalisi, in quanto teoria dello sviluppo, ha bisogno di verificare la plausibilità delle sue ipotesi attraverso un confronto con le conoscenze accumulate in ambiti esterni ad essa. L’infant research pur non potendo sostituirsi alla psicoanalisi può istituire con essa un rapporto di complementarietà che può risultare fecondo per entrambi. Stern tiene inoltre a precisare che, per lui, le osservazioni del comportamento infantile non sono tanto da intendere come strumenti di verifica delle ipotesi quanto piuttosto del materiale stimolo per farne nascere di nuove. In stretto parallelo con quanto dovrebbe avvenire per un’interpretazione psicoanalitica, la ricerca osservativa è descritta come alternarsi di fasi in cui le osservazioni danno luogo a ipotesi specifiche sull’esperienza soggettiva del bambino con fasi in cui le evidenze sono impiegate per verificare le ipotesi precedentemente formulate. Ciò che, al di là delle opzioni epistemologiche, sembra per il ricercatore e psicoanalista canadese giustificare il ricorso ai dati osservativi è, tuttavia, una motivazione essenzialmente teorica. Nella descrizione psicoanalitica classica la vita mentale del bambino prima dell’accesso, nel secondo anno di vita, alla rappresentazione simbolica è dominata da dinamiche emotive caotiche, prive di forma e quindi inosservabili. Nella concezione di Stern sono gli scambi emozionali con l’ambiente a costituire il principio organizzatore della soggettività infantile consentendo la formazione di rappresentazioni presimboliche dell’esperienza. Se realmente ci si vuole accostare all’esperienza soggettiva di un bambino piccolo, dunque, non si può fare a meno di osservare i profili emotivi che accompagnano le sue interazioni con gli altri significativi.
Le posizioni dei due autori, qui schematicamente delineate, sono nel volume facilmente apprezzabili nelle loro articolazioni e piani di lettura grazie ad una presentazione degli interventi che riflette fedelmente l’ordine della conferenza tenutasi a Londra nel 1997. Nell’insieme, l’opera sembra fornire un quadro piuttosto completo dei motivi che animano la controversia sulla ricerca empirica in psicoanalisi permettendo anche di cogliere nei singoli interventi gli argomenti che hanno determinato il cristallizzarsi del dibattito su posizioni difficilmente raffrontabili. Così, per esempio, Green ha il merito di rivendicare con forza e lucidità il valore radicale della visione freudiana dell’inconscio, ma il suo soggettivismo, come gli fa notare Wallerstein, sembra precludere la possibilità di accedere ad un vaglio esterno e condiviso delle idee psicoanalitiche. La stessa descrizione della natura dei rapporti che, secondo Stern, dovrebbero intercorrere tra psicoanalisi e ricerca osservativa non è priva di ambiguità. Da un lato, Stern sembra accordare alla psicoanalisi una specificità teorica ed epistemologica che ne giustifica il permanere come campo di esplorazione autonoma e indipendente. Dall’altro lato, nel presentare la necessità del confronto con le osservazioni del comportamento infantile, egli si sofferma proprio sull’inadeguatezza scientifica e teorica della psicoanalisi, proponendo implicitamente una sua sostituzione con un diverso punto di vista.