Quaderni Monotematici
IL MISTERO DEL DOLORE MENTALE: LA DEPRESSIONE IERI, OGGI, SEMPRE

Un precursore della psichiatria biologica: Rufo di Efeso

Paolo Azzone


Rufo di Efeso fu un medico di ispirazione eclettica ed operò agli inizi del II secolo d.C., sotto l’imperatore Traiano. Godette di altissimo prestigio nell’antichità e fu molto apprezzato da Galeno e dai grandi medici arabi dell’alto medioevo. Dedicò alla melancolia un trattato che esercitò grande influenza sulla medicina antica e poi araba. Secondo Klibansky, Panofsky e Saxl (1964), attraverso il Trattato sulla melancolia di Ishaq Ibn Imran, tradotto in latino nell’XI secolo da Costantino Africano Rufo “ha indirizzato per più di millecinquecento anni la concezione medica della melancolia.
In realtà la conservazione solo frammentaria del trattato di Rufo sulla melancolia, così come le nostre conoscenze incomplete delle formulazioni relative alla melancolia dei predecessori di Rufo, non mi sembra permettano di apprezzare realisticamente l’originalità e le dimensioni del suo contributo. Rufo descrisse alcune manifestazioni deliranti della melancolia che diverranno poi tipiche nella trattatista medica: la convinzione che il proprio corpo sia composta di materiale molto fragile, il delirio di negazione focalizzato sulla assenza della testa, il delirio che la pelle sia simile a parachemine secche.
La descrizione clinica della melancolia che Rufo ci propone è senza dubbio più ricca di quella offerta da altri medici dell’antichità. I frammenti che ci restano includono però un numero di sintomi così elevato da darci la sensazione di una evidente aspecificità. Aumento dell’appetito, abusi alcolici, suicidio ed avversione per le relazioni umane, sono elencati da Rufo accanto ad una serie di caratteristiche fisiognomiche (occhi sporgenti, labbra spesse, pelle scura), curiose difficoltà dell’eloquio (“non possono pronunciare la S, e al suo posto pronunciano la T”) eruzioni rosse e pruriginose che sarebbero segni premonitori di un imminente decesso.
A Rufo Klibansky, Panofsky e Saxl (1964) hanno riconosciuto il merito di avere per primo formulato una classificazione patogenetica della melancolia che avrà duratura fortuna nella medicina umorale. Per Rufo la bile nera poteva infatti agire sull’encefalo del malato mediante tre differenti meccanismi patogenetici: a) interessamento primario dell’encefalo b) eccessiva presenza di bile nera nell’encefalo per effetto di un aumento del contenuto di bile nera del circolo ematico c) azione patogena esercitata sull’encefalo da vapori melancolici provenienti dall’apparato digerente. Quest’ultima sindrome clinica era già stata descritta da Diocle in età ellenistica e, attraverso varie vicissitudini, darà vita alla moderna ipocondria. Probabilmente alludendo a quest’ultima forma clinica Rufo, come altri medici dell’antichità, includeva tra i sintomi della melancolia anche disturbi a carico dell’apparato digerente, stipsi e dispepsia.
In termini terapeutici, Rufo, non si discostò dalla tradizione e proponeva di evacuare l’eccesso di umore melancolico mediante purghe, emetici e salassi. Prolungato successo ebbe il Rimedio Sacro di Rufo contro la Melancolia, una miscela di oltre dieci diversi ingredienti, dotata di molteplici effetti terapeutici in molteplici situazioni cliniche. La includiamo tra i testi allegati a questa presentazione per i lettori che vogliano sperimentarla!!
Lo stile di pensiero di Rufo ci sembra particolarmente affine a quello oggi incarnato dalla psichiatria biologica. Benché riconoscesse che “molte preoccupazioni e tristezza inducono la melancolia”, non dubitò che i fattori chiave della malattia fossero di tipo somatico. Ecco come spiega alcuni sintomi:
“Ma della maggior parte dei sintomi non è difficile per il medico dire la causa. Ad esempio, colui che pensa di essere di coccio soffre di questo disturbo per l’estrema secchezza: infatti, l’umore melancolico è freddo e secco. E similmente succede a colui che ritiene che la propria pelle sia simile a desquamazioni secche; d’altra parte, colui che ritiene di non avere la testa, verosimilmente ne soffre per l’estrema leggerezza che le arreca lo penuma salendo.” (Fragmenta, p. 354-355).
Non solo, Rufo basa anche le proprie scelte terapeutiche sull’osservazione dei materiali biologici, proponendo addirittura una sorta di diagnostica di laboratorio ante litteram, un obiettivo ancora irrealizzato per gli psichiatri moderni:
“Qualora infatti il sangue di tutto il corpo sia melancolico, il trattamento deve avere inizio dalla flebotomia. Ma quando solo il cervello è invaso, il malato non si giova della flebotomia” (Fragmenta, p. 358)
La presenza di sangue melancolico nel circolo generale dovrebbe essere determinata come segue:

“Ma se nelle loro evacuazioni compare un umore nero, significa che esso prevale ed abbonda nel loro corpo, e da ciò la malattia risulta piuttosto alleviata; [...] la presenza di umore nero in loro viene indicata dall’evacuazione, da vomito, urina, postemi che compaiono sulla superficie del corpo, morfea e lentiggini di colore nero, scabbia, perdite emorroidarie, varici, [...]; per coloro nei quali non compare l’umore nero la cura è difficile.” (Fragmenta, p. 456)
Nella prospettiva di Rufo il malato è vittima di una disfunzione primaria o secondaria del suo cervello. Non c’è molto posto per l’empatia o per processi di identificazione; tra i principi che guidano il rapporto medico paziente nei casi di melancolia possono quindi trovare agevolmente posto l’inganno o la manipolazione:

“e non far capite al malato che soffre di melancolia ma curalo di cattiva digestione, e di tanto in tanto segui le sue opinioni; e confortalo e fallo gioire; e allontanalo dai suoi pensieri.”(Fragmenta, p. 459)
A questo punto non ci resta che chiederci: erano efficaci le terapie di Rufo? Non lo sappiamo. Rufo stesso ci racconta che spesso i malati guarivano dopo avere sospeso le cure, ma questo fenomeno non scalfiva affatto la sua sicurezza professionale:

“in vero, bisogna sapere bene che molti di coloro che sono affetti da questa malattia all’epoca della cura non beneficiano per nulla; ma lasciati a se stessi, risentono dell’effetto salutare della cura precedente poiché la natura prevale sui morbi, indeboliti grazie all’ausilio terapeutico.” (Fragmenta, p. 360)


Riferimenti bibliografici
KLIBANSKY R., PANOFSKY E., SAXL F. (1964) Saturn and Melancholy: Studies in the History of Natural Philosophy, Religion, and Art. Basic Books, New York. Nuova edizione tedesca accresciuta (1990) Saturn und Melancholie. Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main.
RUFO DI EFESO, Fragmenta. Edizione e trad. fr. a cura di Ch. Daremberg e Ch. É. Ruelle (1879) Ouvres de Rufus d’Éphèse. L’Impimerie Nationale, Paris.


Testi
Rufo di Efeso: Frammenti estratti da AETIUS, Sinossi medica Libro VI, capp. IX-X, Sulla Melancolia. Ed. Daremberg e Ruelle, p. 354-360.
p.354
p.355
p.356
p.357
p.358
p.359
p.360

Rufo di Efeso: Frammenti estratti da AETIUS, Sinossi medica Libro VI, capp. CXV, Rimedio Sacro di Rufo contro la Melancolia. Ed. Daremberg e Ruelle, p. 323-326
p.323
p.324
p.325
p.326

Rufo di Efeso: Frammenti estratti da RHAZES, Libro che contiene tutto, IX, De cogitatione melancolica. Ed Daremberg e Ruelle, p. 454-459.
p.454
p.455
p.456
p.457
p.458
p.459

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