Quaderni Monotematici
LO SPAZIO DEL CONVERSAZIONALISMO

Applicazione sperimentale della tecnica conversazionale in pazienti con malattia di Alzheimer: analisi di un'esperienza di gruppo.

Moltrasio L. Biagi E.

Clinica Psichiatrica- Ospedale San Gerardo, Monza
Università degli Studi di Milano-Bicocca
Accademia delle Tecniche Conversazionali

La malattia di Alzheimer rappresenta circa il 55%-60%di tutti i casi di demenza, con una prevalenza variabile dall’ 1% al 6% se consideriamo la facsia di eta’ compresa tra 65 e 80 anni.in italia si stimano 500.000 persone con demenza di alzheimer di cui 55000 nella sola regione lombardia .
La malattia di Alzheimer e’ un processo degenerativo a carico del Sistema Nervoso Centrale caratterizzato da diversi quadri sintomatici. .
Una funzione particolarmente colpita e’ quella del linguaggio .
Il linguaggio e’ l’unita fondamentale della comunicazione e una sua alterazione e’ sintomo di dissoluzione della funzione comunicativa.
Il disturbo del linguaggio e’ in un primo momento pragmatico-semantico, e solo più tardi sintattico.
E’ importante questo ultimo aspetto in quanto abbiamo osservato come nei pazienti Alzheimer avvenga una dissociazione modulare tra la funzione della comunicazione e quella della conversazione.la comunicazione infatti risulta compromessa non altrettanto la conversazione.
Facendo nostra una definizione dei conversazionalisti possiamo parlare di
“conversazione senza comunicazione”
La comunicazione è un processo interattivo di informazione, mediato da qualsiasi tipo di segnale o simbolo (visivo, acustico, gestuale, linguistico) e governato da regole logiche e pragmatiche; consideriamo la conversazione invece come un oggetto puramente linguistico, cioè una sequenza di elementi discreti – le parole dette da una persona in presenza di un’altra persona – governata da regole grammaticali” (Lai).
Abbiamo quindi focalizzato il nostro interesse sulla facolta’ ancora valida : la conversazione
I pazienti sono stati reclutati presso l’ambulatorio di psicogeriatria della clinica psichiatrica dell’0spedale San Gerardo di Monza
Sono stati selezionati per partecipare allo studio pazienti con un mmse minore uguale 20
Le conversazioni sono state condotte da uno specialista dell’accademia delle tecniche conversazionali
Abbiamo quindi analizzato 4 conversazioni seguite longitudinalmente per un periodo di 6 mesi.
Le conversazioni venivano videoregistrate e successivamente trascritte e analizzate secondo il protocollo standardizzato dell’accademia delle tecniche conversazionali.
Abbiamo quindi deciso di intraprendere questa ricerca volta a studiare gli effetti dell’applicazione della tecnica conversazionalista in gruppi di soggetti con malattia di Alzheimer.
Principalmente ci siamo posti due obbiettivi
I--conoscitivo: indirizzato a studiare il profilo conversazionale del soggetto prognosi.
II--terapeutico: orientato a verificare l’ipotesi che in gruppi tenuti con la tecnica conversazionale, essa possa favorire, per quanto possibile, il mantenimento della capacità di comunicazione tra soggetti alzheimer. Per quanto riguarda il motivo, proposto da uno dei pazienti, viene accolto dalla quasi totalità del gruppo, compreso nella sua forma logica e negoziato dai pazienti stessi. Tale motivo narrativo nelle ultime conversazioni veniva ripreso dalla maggior parte dei pazienti in almeno 5-6 turni verbali
Questo denota anche una cortesia conversazionale che nelle prime conversazioni era assente tanto che i pazienti sovrapponevano i loro turni verbali a quelli degli altri pazienti
Nella nostra più recente esperienza, l’applicazione della tecnica conversazionale in esperienze di gruppo ha messo in luce proprio questo aspetto fondamentale: il risveglio emozionale e questo avviene attraverso alcuni precisi accadimenti.

Il fenomeno della identificazione/proiezione
Speranza e progetti nella condivisione di esperienze
Condivisione del tradimento del corpo
Esperienza della comunicazione affettiva
Rinascita del desiderio fare esperienza di comunicazione che se non è possibile al riguardo di un mondo cognitivo lo è in una dimensione affettiva che si dimostra nel nostro modello sperimentale con l’aumento dei nomi e ciò appare significativo in una patologia come quella Alzheimer in cui uno dei principali quadri clinici è l’anomia.

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