Incontri
Psichiatria:

EUGENIO BORGNA
Responsabile del Servizio di Psichiatria dell'Ospedale Maggiore di Novara e libero docente in Clinica delle malattie nervose e mentali dell'Università di Milano.

"L'attesa e la speranza".

2005 Feltrinelli Editore, Milano

Il libro
La lettura di questo nuovo libro di Eugenio Borgna ci conduce in un territorio fin qui solo suggerito nei suoi precedenti lavori, ma che tutti sembra contenerli e aprirli a una luce più intensa e a una comprensione più profonda: la dimensione del tempo.
Del tempo non astratto o misuratore, ma del tempo vissuto e delle sue figurazioni dell'anima. Del tempo dell'attesa e della speranza come strutture portanti della condizione umana, ma anche del tempo della noia e della malinconia, della maternità e della giovinezza, dell'angoscia e delle esperienze psicotiche.
La dimensione temporale delle esperienze, e non solo di quelle psicopatologiche, contribuisce a far riemergere gli elementi profondi della vita interiore e della vita emozionale e, in particolare, a coglierne il senso nella sofferenza, quando il tempo vissuto si frantuma e non ci sono più attese e speranze.
Il libro si apre su un intenso ricordo autobiografico, sul racconto emozionante di un giovane medico al suo primo ingresso nel vecchio ospedale psichiatrico, all'incontro con un'amica della sua prima giovinezza qui rinchiusa, alla scelta di una vita. Si snoda in un discorso ai confini della psichiatria clinica, nel cuore di una psichiatria dell'interiorità che rivendica fondamenti comuni alla vita psicotica e non psicotica, recuperando e ricostruendo, in un ininterrotto colloquio con l'arte, la poesia, la grande narrativa e la parola dei pazienti, gli elementi psicologici e umani della follia, al di là di ogni elemento clinico.
Nell'ultima parte del libro, l'insieme delle riflessioni e delle esperienze man mano delineate confluiscono nella psicoterapia, in cui la dimensione dell'attesa e della speranza diventano una componente essenziale del dialogo tra chi cura e chi è curato.

Le parole tematiche


Ritorno ed è ancora sul greto
orma di mare,
mentre l'onda si esilia.
E m'imbarca:
e saluto le rive e i colori
sfumo nel dolce morente
tramonto,
con te mare,
ora vasta
della mia fine notturna.

ANTONIA POZZI, Parole


Cosa mi propongo di fare in questo lavoro che ha come sue stelle polari l'attesa e la speranza come strutture portanti, fra le altre certo, della condizione umana non-psicotica e psicotica?
Sulla scia di una fantasia proustiana perduta e ritrovata, quella incentrata sul mio primo giorno di lavoro in un ospedale psichiatrico con le sue speranze e le sue attese, con i suoi bagliori e le sue illusioni, con le sue nostalgie e le sue ansie, mi sono avviato al recupero e alla ricostruzione degli elementi drasticamente psicologici e umani della follia che ha conosciuto in ospedale psichiatrico; e questo al di là di ogni elemento psicopatologico e clinico: la follia insomma come compagna di vita di molte umane esistenze nella sua dimensione fragile e talora elegiaca, camaleontica e talora crudele, nostalgica e talora disperata. Non la follia come malattia, della quale ha cercato di parlare in molti miei lavori, ma la follia come immagine nella quale si rispecchiano le inquietudini e le insicurezze, le ferite e le illusioni, che sono presenti da sempre nel cuore di ciascuno di noi e che talora si radicalizzano e si incendiano.
Non ci sono attese, e non ci sono speranze, se non nel contesto del tempo: del tempo (interiore) agostiniano e pascaliano, pruostiano e bergsoniano; e allora del tempo, e non solo del tempo dell'attesa e della speranza, ma anche del tempo della noia e della malinconia, del tempo dell'angoscia e delle esperienze psicotiche, del tempo nella pittura (in alcune immagini pittoriche che testimoniano di un tempo dell'angoscia e della passione), vorrei dire qualcosa che consenta di riconsiderare la questione del tempo nell'orizzonte di alcune emozioni: senza le quali non è possibile nemmeno intravedere i cammini frastagliati della sofferenza e della vita. In ogni caso, riflettere (continuare a riflettere) sul tempo, sul tempo dell'io che non è il tempo dell'orologio, ci avvicina ai modi di essere di esperienze psico(pato)logiche altrimenti insondabili.
Dalle figure del tempo a quelle dell'attesa e della speranza con le quali si conclude la seconda parte del lavoro. L'attesa come matrice delle attese senza fine nelle quali siamo immersi nel corso della nostra vita; e alle quali non possiamo sfuggire al di là degli stati d'animo e al di là delle situazioni; dalle quali siamo accompagnati con la loro scia di inquietudini e di angosce. Ci sono linee tematiche diverse nell'attesa e nelle attese; ma vorrei ora richiamarmi alle attese che riemergano dagli occhi e dagli sguardi (attendere è aspettare, e aspettare è anche guardare) delle pazienti e dei pazienti: immersi nella solitudine della sofferenza e della malattia, della angoscia e del dolore, e aggrappati alle parole e agli sguardi del medico: alle attese che si dissolvono nella sua presenza. Cogliere le molteplici dimensioni dell'attesa, le sue figure scintillanti e dolorose, è avvicinarsi al nocciolo segreto della vita di relazione.
La speranza e le speranze sono analizzate e descritte nelle loro fondazioni teoriche (filosofiche e teologiche, letterarie e fenomenologiche) e nelle loro applicazioni pratiche (psicopatologiche e relazionali, conoscitive e terapeutiche).Non possiamo non sperare, come diceva Giacomo Leopardi: non possiamo non affidarci alle sue navicelle fragili e vulnerabili: se vogliamo vivere e se vogliamo essere utili agli altri. Ma accostarsi alla linfa nascosta della speranza e delle speranze è una premessa che ci consente di cogliere la speranza nel cuore della esperienza: della esperienza della malattia e della sofferenza e anche della cura e della assistenza. Certo, i significati della attesa e della speranza si rincorrono e si allontanano inafferrabili ed enigmatici; ma è necessario ritrovarli e riflettere su di essi.
Cosa ho cercato di dire nella terza parte del libro? Indicare e descrivere come la speranza possa essere interpretata e come possa frantumarsi in destini umani diversi e segnati da orizzonti di senso radicalmente diversi. Muovendo dai grandi testi di prosa e di poesia di Giacomo Leopardi la speranza è delineata nella sua emblematica significazione umana ma anche nella sua friabilità e nella sua possibile inconsistenza; e ancora la speranza è correlata con la situazione estrema del suicidio: colta nella sua realtà dilemmatica e nondimeno non del tutto estranea ai fantasmi della speranza. Rompendo poi con gli abituali (formalistici) schemi di ricerca in psichiatria alle tesi sconsolate di Leopardi vorrei accostare le tesi che sulla speranza e sul suicidio sono state espresse da Georges Bernanos e da Robert Bresson nei suoi film intensi e stupefatti.
Dalla speranza infranta e dal suicidio solo immaginato e fantasticato al suicidio che si cerca di attuare e che fallisce sulla scia di cause talora imprevedibili e inattese; e allora giungo alla descrizione psicopatologica e fenomenologica di alcune pazienti nelle quali il timore e il desiderio della morte si intrrecciano in una sintesi fatale dalla quale riemerge l'azione autodistruttiva: che non si realizza.
Dal suicidio solo immaginato, e rappresentato, e dal suicidio tentato e fallito, al suicidio che si attua nel solco di motivazioni diverse e talora oscure, e che si accompagna in ogni caso ad espressioni testuali, diaristiche e talora poetiche, nelle quali lo scacco della speranza e il rifiuto della vita si manifestano con palpitante e crudele verità psicologica. Come, in particolare, avviene in Cesare Pavese che nel suo diario, nelle sue lettere e talora nelle sue poesie, dimostra a partire dalla adolescenza una radicale dissonanza e una profonda incapacità nel cogliere gli orizzonti di valore e di senso della vita, e una enigmatica tendenza a riguardare la morte come unica ragione della vita. Da questi testi, benchè talora aridi e prosciugati, riemergono in ogni caso analisi interiori che aiutano a comprendere la genesi umana e psicologica del suicidio.
I modi di vivere e i modi di morire (di morte volontaria) di Margherita e di Ellen West concludono questa terza parte; delineando gli aspetti psicopatologici del suicidio che nasce nel solco di esperienze francamente psicotiche e che si accompagna a sensibilità e vulnerabilità radenti, e creative: che nascono da esistenze solo apparentemente desertificate e svuotate. La climax tematica delle esperienze vissute di Margherita e di Ellen West è contrassegnata da elettive affinità: dalla comune tendenza, drasticamente evidente già nella adolescenza, ad analizzarsi e ad immergersi ina acuta nostalgia della morte che si è infine realizzata lungo un diverso cammino esistenziale e psicopatologico. Dalla riconsiderazione del loro destino rinascono elementi di radicale importanza sul senso del suicidio e sulle sue radici: che non sono state, certo, quelle del suicidio di Pavese, o di Antonia Pozzi.
La categoria psicopatologica e clinica, che riassume in sè la genesi e la evoluzione dei suicidi nei quali sono sprofondate le esistenze ferite ricostruite nei loro aspetti essenziali, è quella della suicidalità cronica: quella di una nostalgia indicibile della morte volontaria che si inizia nella adolescenza e si prolunga in vita: mitigata ed esasperata, frenata e scompensata, dagli eventi e dalle situazioni: dalle speranze negate e dalle illusioni falciate: dalle attese senza fine.
Nell' ultima parte del libro l'insieme delle riflessioni e delle esperienze, che si sono venute delineando a mano a mano, confluisce nell'area della terapia: della psicoterapia come friabile salvagente con cui cercare di arginare gli impulsi autodistruttivi psicotici e non-psicotici. I grandi temi della attesa e dalla speranza, del silenzio e della immedesimazione, del linguaggio delle parole e del linguaggio del corpo, del tempo interiore (del tempo vissuto) che è così diverso in chi cura e in chi è curato, si radicano ora vertiginosamente nei modi di incontro e di ascolto, di colloquio e di controtransfert emozionale, con chiunque sia aggredito da angoscia della morte e da pensieri di suicidio: da volontà di suicidio. Le nostre abitudini ad attendere e ad aspettare, a sperare contro ogni speranza, sono forse decisive nel salvare una umano destino alla deriva.