|
|
Psichiatria:
EUGENIO BORGNA
Responsabile del Servizio di Psichiatria dell'Ospedale Maggiore di Novara e libero docente in Clinica delle malattie nervose e mentali dell'Università di Milano.
"Noi siamo un colloquio".
Gli orizzonti della conoscenza e della cura in psichiatria
1999 Feltrinelli Editore, Milano La psichiatria è disciplina medica che si occupa della diagnosi, della comprensione e delle strategie terapeutiche necessarie per avvicinare ciò che convenzionalmente chiamiamo "disturbo psichico". Ma essa non può sfuggire a certe scelte etiche che richiamano i grandi temi del senso della vita, della libertà, della responsabilità verso le esistenze deboli ed emarginate.
La psichiatria ha a che fare soprattutto con la cura, ma la cura non può essere soltanto farmacologica: è anche psicologica e sociale e dipende soprattutto dalla capacità di ascoltare, per cogliere quel colloquio interiore che ognuno di noi intrattiene con le voci e i silenzi della propria anima, anche quando ci si trova persi nelle pieghe più profonde della sofferenza psichica.
Questo libro affronta il grande tema della psicopatologia e della sua modernità. Descrive alcune fondamentali condizioni psicopatologiche e le loro strutture portanti mettendo in luce come, tra gli aspetti cruciali della sofferenza mentale, vi siano i modi soggettivi di essere nell'angoscia e nella tristezza, nella disperazione e nella dissociazione, nell'ossessività e nell'euforia, vale a dire i vissuti emozionali di ogni esperienza neurotica e psicotica.
Per meglio comprendere il significato del messaggio di questo libro ne riportiamo testualmente l'ultimo capitolo:
Il dicibile e l'indicibile
Il mondo ha un volto d'arsura
per chi si ferma a morire.
Imploriamo rugiada:
anche la gloria ha un arido sapore.
Le bandiere tormentano un morente,
ma un piccolo ventaglio,
se mano amica l'agiti
rinfresca come pioggia.
Ch'io sia al tuo fianco, quando
La tua sete verrà,
per recarti la tessala rugiada
ed i balsami iblei.
EMILY DICKINSON
Il mio discorso sta finendo: scenari diversi si sono alternati, e si sono sovrapposti, ma scanditi da un filo rosso unitario: quello inteso a tematizzare il background psicopatologico di alcune radicali esperienze cliniche: che non possono essere adeguatamente riconosciute e interpretate nella loro profondità e nella loro emblematicità se non seguendo i sentieri aperti della psicopatologia: da questo discorso sulle sofferenze (sulle ferite) dell'anima.
Solo andando al di là delle sintomatologie cliniche, che formano l'oggetto della psichiatria, e cercando di coglierne il nocciolo interiore senza lasciarsi imbrigliare dall'esteriorità e dalle maschere nietzscheane, è possibile accostarsi alla linfa vitale e dolorosa delle diverse figure della sofferenza psicologica e umana: che si stratificano in ogni esperienza neurotica e psicotica.
Quando questo si realizzi, le immagini (i modi di essere) della sofferenza psichica nelle sue diverse articolazioni cliniche cambiano profondamente; e in essa si intravedono contenuti (temi) inattesi e sconosciuti che destano emozioni intense e sentimenti di partecipazione in ciascuno di noi.
Certo, le ragioni pascaliane e scheleriana del cuore, che fondano ogni intuizione e ogni fenomenologia, sono state ancora una volta le linee tematiche di un discorso incentrato sulla vita interiore, sull'interiorità, senza la quale le diverse espressioni cliniche della psichiatria si banalizzano e si svuotano di significato: del loro significato radicale e autentico.
Il mio discorso si è venuto svolgendo, così, nel contesto dei diversi modi di incrinarsi dell'incontro e del colloquio, del dialogo e della comunicazione (parabole semantiche che si intrecciano l'una con l'altra e si sovrappongono l'una all'altra: benché ciascuna di esse con una sua propria connotazione tematica), che stanno alla radice di condizioni psico(pato)logiche diverse: come quelle che si concretano nella tristezza e nella personalità disturbata, nel mondo-della-vita isterico e nella tossicomania, nel silenzio come scacco e come rifiuto della comunicazione, e nei destini divorati dal delirio che si fa solo progetto di vita.
Questi temi, recuperati nella loro comune dimensione fenomenologica e antropologica, sono confluiti nel discorso ovviamente indispensabile dei modelli di cura (clinici e farmacoterapeutici, psicoterapeutici e comunitari).
In ogni caso, al di là delle loro diverse connotazioni tematiche, le esperienze psicopatologiche non si costituiscono se non come disturbi della comunicazione (nella nostalgia straziante di di questo colloquio che è il nostro destino e nel quale non sempre riusciamo a realizzarci); e in ciascuna esperienza psicopatologica questi disturbi assumono dimensioni diverse e profondità diverse: che è necessario analizzare e decostruire nei loro modi di essere e nei loro orizzonti terapeutici.
La premessa ad ogni conoscenza di queste modificazioni della comunicazione (dell'essere-un-colloquio) è stata ripetutamente sottolineata da Ludwig Binswanger: solo se ci avviciniamo a una persona, lambita o divorata da dalla sofferenza e dalla malattia, con una immediata disponibilità dialogica e, anzi, con l'amore di cui siamo capaci, ci può essere la speranza che l'altro-da-noi riveli quello che ha nel cuore e nella memoria: consentendoci di intravedere e di cogliere le segrete correlazioni della sua sofferenza e del suo dolore: della sua disperazione e delle sue lacerazioni interiori.
Le sconfinate regioni dell'anima stanno nello sfondo di ogni vita: psicotica e non- psicotica; e non si può non confrontarsi con esse; con la sensibilità e l'originalità, la friabilità e la delicatezza che sono in esse.
Staccarsi dai sortilegi mondani, e liberarsi dai confini delle esteriorità, per ridiscendere nelle regioni della interiorità, è del resto una esigenza psicologica e umana alla quale ciascuno di noi non dovrebbe mai scostarsi: né quando si fa psichiatria né quando ci si confronta, nelle aree della vita di ogni giorno, con gli altri. Benché, certo, le esperienze psicopatologiche (anche quelle più vicine alle condizioni "normali" di vita) siano non di rado descritte da ogni psichiatria che sia alleata ai modelli quotidiani di apatia e di indifferenza, nella loro (solo apparente) destituzione di senso: ignorando la fragilità e la creatività, la nostalgia di colloquio e la sensibilità, che sono in ciascuna esperienza psicopatologica.
La psicopatologia è una disciplina debole e indifesa nel contesto di una psichiatria nella quale la farmacologia e l'indifferenza al dialogo (al colloquio) abbiano a dilagare con il timbro trionfale di molta musica wagneriana; ma, nel ritorno alla psicopatologia (nel ritorno alla interiorità come area tematica di ogni psichiatria), mi sembra di cogliere una modalità di riflessione che consenta alla psichiatria di non morire nel deserto della routine e nella banalizzazione delle cose.
La comunicazione infranta (la comunicazione sospesa), la crisi della comunicazione, è una definizione psicopatologica e clinica; ma essa corrisponde in fondo a quella, molto più densa di di significati e di risonanze esistenziali, di solitudine. Noi siamo un colloquio: lo si può rendere più attento a cogliere quello che si svolge in noi stessi e negli altri. Ma non ogni solitudine è così: da una condizione di solitudine si può scivolare in una condizione di isolamento e di dissolvenza di ogni desiderio di contatto e di dialogo.
La solitudine, questa figura che amplia le scie di un colloquio e che talora lo inaridisce e lo spegne, è un'esperienza radicale, che deve essere ascoltata e interpretata nelle sue diverse archeologie. La solitudine è, in ogni caso, una esperienza umbratile e crepuscolare: in essa, nella solitudine creativa e nella solitudine incrinata dalla sofferenza e dall'angoscia (dalla tristezza: da ogni forma di tristezza), gli orizzonti della vita si fanno problematici e non di rado dolorosi. La riflessione che anima la solitudine induce a rimettere in discussione il senso del vivere e del morire: il senso di un passato che non c'è più e di un futuro che sta dinnanzi a noi: con le sue ombre e le sue speranze, le sue inquietudini e le sue enigmatiche interrogazioni.
La solitudine è, ancora, la cifra di una comunicazione che si interrompe e si fa discontinua: di un colloquio che si incrina e si fa difficile, e talora irraggiungibile in un allontanarsi vertiginoso e disperato.
Noi siamo, nel nostro destino insondabile, un colloquio, o siamo invece una solitudine: un'isola monadica chiusa in se stessa, o un'isola che tende dolorosamente a farsi dialogo e colloquio?
Il gorgo profondo ma non irrecuperabile della solitudine, il suo frantumarsi e il suo rinascere intatta, le schegge di nostalgia e di speranza, di una speranza talora invisibile, si colgono (vorrei che si cogliessero) nelle diverse figure psicopatologiche e cliniche che sono venuto delineando in queste pagine: consegnate, in ogni caso, a far riemergere alcune altre realtà e alcune altre immagini di questo infinito arcipelago delle esperienze umane e psicologiche (emozionali) che costituiscono le regioni tematiche della psichiatria: della psicopatologia e della fenomenologia che ne sono essenziali categorie conoscitive.
Ricomponendosi il mio discorso nelle sue diverse scansioni tematiche, e riaggregandosi le sue diverse parti in un orizzonte complessivo, a quali conclusioni potrei allora giungere?
Nelle cifre dialettiche del colloquio e della solitudine, nelle loro contraddizioni e nelle loro conciliazioni infinite, nelle loro luci abbaglianti e nelle loro ombre sfinite, nelle loro distinzioni e nelle loro amalgamazioni possibili, mi sembra di intravedere il cammino frastagliato e zigzagante del mio discorso sulle correnti carsiche della psicopatologia e della fenomenologia che attraversano le diverse regioni cliniche con cui la psichiatria ha a che fare. In ciascuna di queste regioni il colloquio e la sospensione del colloquio, l'alterità e l'isolamento, l'apertura agli altri e la chiusura agli altri, il dialogo e il silenzio, si intrecciano e si separano nei diversi modi che ho cercato di indicare: isolando, e unificando, alcune forme essenziali di sofferenza psichica che, interpretate sulla scia di questa confrontazione dilemmatica tra colloquio e solitudine, possono essere (forse) meglio comprese nelle loro dimensioni psicopatologiche e antropologiche: nella loro concretezza anche clinica. Ogni discorso, in psichiatria, non può se non essere indiziario: ovviamente, e nondimeno, al di là di questo, un discorso in psichiatria ha un senso solo se rifugge da qualsiasi attitudine manichea e si svolge in una rigorosa connessione con l'esperienza: senza la quale è ancora più facile cadere in apologie insostenibili.
Ci sono cose che si possono dire, e ci sono cose che non si possono dire (certo): il dicibile e l'indicibile fanno parte della realtà della conoscenza (anche scientifica) e sconfinano l'uno nell'altro: ma l'area dell'indicibile non scompare mai: solo mantenendola viva direi, ci si avvicina al senso misterioso e fatale (alla complessità) delle cose: in filosofia ma anche in psichiatria.
La parola alta e sfolgorante di Ingeborg Bachmann si ascolta in questo testo (5) bellissimo che parla del dicibile e dell'indicibile, e che raccoglie saggi radiofonici dedicati a Robert Musil, a Ludwig Wittgenstein, a Simone Weil e a Marcel Proust. Nel saggio, che come gli altri ha una costituzione drammaturgica (polifonica: ci sono più voci che intervengono), su Wittgenstein, Ingeborg Bachmann fa dire a una delle "voci" (quella dello Speaker I) che nel pensiero del filosofo austriaco si sovrappongono una componente scientifica e una componente mistica; e a un' altra delle "voci" (quella dello Speaker II) fa dire questo: "Crediamo di non sbagliare se rinviamo a Pascal come esempio precedente di un pensatore che, in modo analogo, ha riunito in sé entrambe le componenti" e ancora: "In Pascal è la combinazione di queste due forme di pensiero a produrre il grande pensatore; senza la "mistica del cuore" - l'esperienza mistica della realtà condotta dall'intera persona, e che precede o segue il pensiero - egli riteneva che una filosofia non valesse neppure "un' ora di fatica".
La voce dello Speaker I si allea a questa affermazione, che è ovviamente quella di Ingeborg Bachmann, dicendo: "Wittgenstein non giunge forse di fatto alla stessa conclusione di Pascal? Ascoltiamo che cosa scrive trecento anni prima di lui l'autore delle Pensées: "Il supremo passo della ragione sta nel riconoscere che c' è un'infinità di cose che la sorpassano".
(La conoscenza razionale e la conoscenza intuitiva, l'esprit de géométrie e l'esprit de finesse, si costituiscono così come i due modelli di conoscenza che fondano il pensiero vertiginoso di Wittgenstein; e, anche sulla sua scia, la psichiatria (la psicopatologia) si riconosce in questa dilemmatica e problematica ragione d'essere.)
In questa ultima svolta del mio discorso non posso non citare, dal Tractatus logico-philosophicus (166), la celeberrima proposizione di Ludwig Wittgenstein; alle quale si richiama anche Ingeborg Bachmann, e cioè questa: "Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere".
5) Bachmann,L. Il dicibile e l'indicibile, Adelphi, Milano 1998.
|
|