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Sociologia:
ALAIN EHRENBERG
Direttore del gruppo di ricerca "Psychotropes, Politique, Société" del CNRS
"La fatica di essere se stessi"
Depressione e società.
1999 Giulio Einaudi editore, Torino
Titolo originale: "La fatigue détre soi. Dépression et société. 1998 Editions Odile Jacob, Paris.
Negli anni quaranta la depressione non era che una sindrome associata a molte malattie mentali. Negli anni settanta la psichiatria dimostrò che si trattava del disturbo mentale più diffuso nel mondo. In anni più recenti essa ha raggiunto una diffusione tale che la si ritiene responsabile della maggior parte delle difficoltà che incontriamo nella vita quotidiana: stanchezza, inibizione, insonnia, ansia, sarebbero tutte causate da questa "malattia". Perché la depressione ha tale "successo"? Perché si è imposta come il principale disturbo della nostra interiorità? E in che misura ci rivela i mutamenti dell'individualità alla fine del XX secolo?
La fatica di essere sè stessi cerca una risposta a queste domande. Incrociando le problematiche del sapere medico con l'analisi degli stili di vita, Ehrenberg suggerisce che la depressione è intrinseca, strettamente legata a una società come quella contemporanea, dove le norme della convivenza civile non sono più fondate sui concetti di colpevolezza e disciplina, ma sulla responsabilità e sullo spirito d'iniziativa. In un contesto in cui l'individuo è schiacciato dalla necessità di mostrarsi sempre all'altezza, la depressione non è che la contropartita delle grandi riserve di energia che ciascuno di noi deve spendere per diventare se stesso. Combinando efficacemente il metodo di indagine sociologica con una profonda conoscenza dell'evoluzione della psicoanalisi e della psichiatria, nonché della storia della ricerca farmacologica, Ehrenberg ha scritto un libro autorevole, anticonformista e provocatorio.
Riportiamo alcune considerazioni tratte dalla "Prefazione", a cura di Eugenio Borgna, che secondo noi meglio illustrano l'importanza del discorso di Ehrenberg sul "soggetto"-"depresso"e sui significati che questo assume all'interno del più vasto contesto socio-esistenziale.
La dimensione teorica del discorso.
Il libro di Ehrenberg si confronta inizialmente con le fondazioni teoriche della psichiatria: con il problema (fatale e inevitabile) delle connessioni possibili tra vita psichica e vita somatica, fra anima e corpo, fra cause psicologiche e cause somatiche delle esperienze psicopatologiche.
Certo, anche se non mancano accenni, a questo proposito, alle grandi tesi teoriche di Wilhelm Griesinger e di Emil Kraepelin (indirizzate, le prime, a ricondurre ogni esperienza psicopatologica a una lesione delle formazioni cerebrali e, le seconde, a riconoscere l'esistenza di unità naturali di malattia, e cioè di malattie in senso medico, nel contesto delle diverse forme di sofferenza psichica), i riferimenti di Ehrenberg sono legati alle posizioni dottrinali degli autori francesi e, in particolare, a quelle di Henri Claude, di Jean Delay, di Henri Ey e di Paul Guiraud: che hanno affrontato temi di radicale significazione teorica pur seguendo impostazioni dottrinali diverse, nelle loro tendenze più pragmatiche e in fondo estranee alle influenze filosofiche, da quelle che hanno contrassegnato, in particolare, la psichiatria tedesca, quella svizzera e quella olandese, legate ai nomi di Eugen Bleuler, di Ludwig Binswanger, di Karl Jaspers, di H. W. Gruhle, di H. C. Rumke e di Kurt Schneider.
Fra gli psichiatri di lingua francese è, ovviamente, citato anche Eugéne Minkowski, anche se solo marginalmente: forse perché, nei suoi lavori originali e bellissimi (che sfidano il trascorrere del tempo senza perdere nulla del loro smalto psicopatologico e fenomenologico), non si è occupato esplicitamente dei problemi connessi con le correlazioni fra vita psichica e vita somatica, né nel contesto delle schizofrenie né nel contesto delle depressioni, e nemmeno si è occupato di farmaco-psichiatria. In ogni caso i suoi lavori, insieme a quelli, certo più immersi in archeologie ermeneutiche, di Henri Ey, sono ancora oggi testimonianza attualissima di una psichiatria fondata sulla soggettività (sulla interiorità) dei pazienti e aperta alle sollecitazioni interpersonali e psicoterapeutiche.
Nei lavori di Henri Ey, sui quali del resto si sofferma molto Ehrenberg, il dialogo (il confronto dialettico e culturale) con le psichiatrie degli altri paesi europei si svolge appassionatamente, giungendo a formulazioni teoriche e cliniche di grande valore. In particolare, distinguendo radicalmente fra malattie (acute) della coscienza, quelle depressive e maniacali, e malattie (croniche) della personalità, quelle schizofreniche, e interpretando le esperienze psicopatologiche come espressione di una "patologia della libertà", Henry Ey ha compiuto uno straordinario lavoro di ricapitolazione storica e critica della psichiatria.
Ora, sia perché nella immensa opera di Henri Ey si rispecchiano tutti i temi della psichiatria moderna, non solo europea ma anche anglosassone, sia perché la grande psichiatria francese si è sempre confrontata con le altre psichiatrie europee, nel libro di Ehrenberg, che pure si è ispirato soprattutto ai lavori di psichiatri francesi, si colgono, descritte e illustrate criticamente, le problematiche cliniche e teoriche essenziali di cui si è occupata, e continua ancora a occuparsi, ogni autentica psichiatria.
Così, fra l'altro, Ehrenberg si confronta con la lacerante interrogazione epistemologica (Leitmotiv della psichiatria tedesca) sui modi con cui sia possibile "oggettivare" ciò che è soggettivo, ciò che fa parte della vita interiore, e che si costituisce come l'orizzonte tematico di ogni forma di conoscenza in psichiatria. Cogliendo il senso profondo di questo discorso, Ehrenberg ribadisce come ogni disturbo psichico, ogni fenomeno psichico del resto, non si rifletta se non in una emozione, in un sentimento, o in una immagine di sé, e come, conseguentemente, non ci siano segni corporei ("sintomi") che consentano di fare diagnosi di una condizione di sofferenza psichica.
Questo discorso sconfina, ovviamente, nel circolo problematico e dilemmatico del conoscere emozionale e del conoscere razionale, in psichiatria, con le molte implicazioni anche filosofiche che la cosa ha in sé.
In linea con il senso del nostro presentare questo libro, tralasciamo i paragrafi della prefazione che riguardano La dimensione clinica e nosografica del discorso e Il problema della farmacoterapia antidepressiva per passare direttamente a:
L'immagine sociale della depressione.
Questa è l'area tematica nella quale Ehrenberg si propone, ovviamente, di mettere in evidenza gli aspetti sociali del suo discorso sulla depressione: e in particolare di andare alla ricerca del senso che l'essere-depressi assume nell'orizzonte della società in cui viviamo, e (insieme) della influenza che la società svolge sui modi di essere, sui contenuti della depressione. (Non siamo al di fuori della psichiatria, del resto, e questo perché solo nel contesto di un discorso interdisciplinare, che comprenda anche la sua dimensione sociale, la psichiatria può realizzare la sua funzione complessa e dialettica).
Nell'avviare la sua riflessione su questo tema Ehrenberg sottolinea come, per chiunque si occupi della storia e della antropologia delle categorie psichiatriche, sia necessario evitare, da un lato, di cadere nelle sacche positivistiche che riconducano i disturbi psichici a semplici deragliamenti biologici e, dall'altro, di assolutizzare la prospettiva delle scienze sociali non tenendo presente la dimensione biologica dell'umano e dissolvendo la realtà della patologia nell'area di funzioni semplicemente sociali.
A quali conclusioni giunge il discorso di Ehrenberg su quella che sembra essere l'immagine sociale della depressione?
Muovendo da queste premesse, Ehrenberg ipotizza che, nella depressione, si esprima la "patologia" di una società nella quale la norma non sia più fondata, come in passato, sulla esperienza della colpa e della disciplina interiore; ma, invece, sulla responsabilità (individuale) e sulla capacità di iniziativa: sulla autonomia nelle decisioni e nell'azione. L'esperienza della colpa, che ha segnato la coscienza di infinite generazioni, sarebbe oggi sostituita (così) dalla esigenza implacabile e assoluta di responsabilità: nel senso, direi, del "principio della responsabilità" di Hans Jonas; con la ovvia e profonda metamorfosi di progetti esistenziali che ne consegue.
Fra i sintomi che riemergono nel contesto di una depressione, Ehrenberg sottolinea in particolare l'importanza dell'ansia, dell'insonnia e soprattutto della fatica di essere se stessi (della inibizione), anteponendo questi sintomi a quelli della tristezza, del dolore morale e della colpa. La depressione è intesa, così, come una patologia dell'azione e non come una perdita della gioia di vivere; e l'asse sintomatologico della depressione si sposta (Ehrenberg si richiama ad autori francesi che sostengono questa tesi) dalla tristezza, dalla Stimmung malinconica, alla inibizione, alla perdita di iniziativa, che si costituisce, del resto, come orizzonte terapeutico elettivo degli antidepressivi: di quelli, in particolare, che sono venuti dopo gli antidepressivi triciclici.
Ora, la capacità di assumere e di realizzare iniziative si costituisce come un criterio decisivo al fine di misurare e di sigillare il valore della persona: questa è una delle considerazioni radicali che sta a fondamento del discorso di Ehrenberg. Ogni esperienza depressiva, nella misura in cui si esprime con questa fatica di vivere, con questa perdita, più o meno estesa di iniziativa, con questo rebound soggettivo di fallimento e di scacco, entra in collisione implacabile con i paradigmi che la società di oggi considera come essenziali per definire e designare, appunto, la dignità e la significanza esistenziale della esistenza di ciascuno di noi.
Gli aspetti sociali del discorso, questa impossibilità a realizzare valori personali quando siamo immersi in una condizione depressiva, non possono (certo) essere contestati; e ad essi si ricollega l'esperienza della solitudine e della emarginazione che, spina dolorosa e lacerante, rendono ancora più acuta e stridente ogni depressione, di qualsiasi natura essa sia. La perdita, o almeno la compromissione, della iniziativa, della capacità di prendere iniziativa (la fatica di realizzare le cose che, prima, non erano di alcun peso), indipendentemente dal fatto che essa sia un sintomo primario, o un sintomo secondario alla tristezza (ci sono, in ogni caso, depressioni contrassegnate dalla tristezza più che non dalla inibizione), è comunque un sintomo di grande importanza.
Come può essere definita, allora, la depressione nella immagine sociale che Ehrenberg ci propone?
I paradigmi sociali che sigillano la nostra cultura sono costituiti in particolare dalle nozioni di progetto, di motivazione e di comunicazione; e con queste nozioni entra in collisione la depressione come realtà clinica e come esperienza psicologica e umana. La depressione si definisce come una patologia del tempo (in essa si è senza futuro, senza avvenire) come una patologia della motivazione (in essa si è senza energia e ogni movimento è rallentato, nella inerzia e nel silenzio della parola). Ma, in ogni condizione depressiva, è difficile formulare progetti nel contesto della patologia dell'azione che la contrassegna così radicalmente. La inibizione, in particolare, alla quale è legata l'esperienza soggettiva di fatica e di scacco nella realizzazione personale e sociale, si costituisce come una modalità di vivere inconciliabile, in ogni sua forma e in ogni sua dimensione clinica, con l'immagine che la società richiede a ciascuno di noi; e la coscienza di questo crudele fallimento sul piano della responsabilità e della iniziativa dilata (amplifica) immediatamente i confini della sofferenza e della inadeguatezza che sono presenti in ogni depressione e che i modelli sociali dominanti rendono, appunto, ancora più dolorose e talora insanabili.
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