Laboratorio di ricerca
Società e salute

Riportiamo in questa sezione un interessante articolo, datato 1999, che ci può far riflettere sull'uso delle nostre parole; e se e quanto" le parole possano segnalarci la presenza dell'anima".
Parole in analisi, parole comunque dirette ad interlocutori più o meno reali, altrettante parole che arrivano (o vorrebbero arrivare) a noi.
Dice Borgna in "Noi siamo un colloquio" (potete trovare la presentazione del libro in questo stesso sito, nella Sezione Incontri-Filosofia): "Non c'è condizione umana senza dialogo: anche nelle condizioni di solitudine magmatica e pietrificata. Come ha scritto Martin Heidegger: "Non è mai dato, innanzi tutto, un io isolato, senza gli Altri"; e ancora: "Il con-essere determina esistenzialmente l'Esserci anche qualora, di fatto, l'Altro non sia nè presente nè conosciuto. Anche l'esser-solo dell'Esserci è un modo di con-essere nel mondo". E ancora, citando Romano Guardini:"Ogni incontro dialogico può realmente avvenire alla condizione che ci sia un contesto di libertà. L'incontro si realizza solo nell'area di una libertà che mi consenta di entrare, o di non entrare, in relazione con l'altro. Se mi decido per l'incontro, sono chiamato a "prendere posizione" nei confronti di chi- mi- sta- di- fronte; e dalla forma (dai modi) con cui mi apro, o mi chiudo, all'altro, nasce la possibilità che l'altro non sia più un caso fra molti altri e divenga questo, unico e irripetibile, tu: delineandosi, allora, la relazione decisiva che vede "tu là" e "io qui"…… nella fragilità dell'incontro dialogico (del dialogo) c'è come il sigillo di una verità esistenziale e metafisica inconfondibile: le cose essenziali della vita devono essere donate."
E prima di lasciarvi alla lettura dell'articolo di Sabbadini, un'altra riflessione, sempre tratta dal libro di Borgna: "Gli infiniti movimenti dell'anima……non si possono intravedere, e tanto meno si possono cogliere (certo), se non si conosce, e se non si mpara a conoscere, il linguaggio (il non-linguaggio) del silenzio: il suo alludere e il suo indicare, il suo irradiarsi e il suo spegnersi, il suo trasalire e il suo vibrare. Ma siamo capaci di questo nel contesto di una vita frenetica che taglia, e frantuma, l'alterità: il modo di essere del'altro che tendiamo fatalmente a non ascoltare anche quando l'altro parla: ma tanto più quando l'altro tace, e si ripiega nella sua interiorità (fragile e umbratile)?……… Il dialogo e il silenzio, allora, come la diastole e la sistole della vita: come l'aprirsi e il chiudersi dell'anima, ma nel silenzio si possono ascoltare voci segrete, voci che giungono da un altrove misterioso, voci dell'anima, che nascono dalla più profonda interiorità e che portano con sé, sia nell'autre monde sia nel nostro mondo, significati e risonanze (talora) indecifrabili che l'ermeneutica (l'ascolto in silenzio del silenzio nel nuovo mirabile orizzonte che ne consegue) ci aiuta a decifrare."
Possiamo allora considerare anche la non-parola come parola?

C.Morandi

Dagli Atti del II° Convegno sul Conversazionalismo,
organizzato dall'Accademia delle Tecniche Conversazionali,
Parma 9 e 10 ottobre 1999:

L'ANIMA E LE PAROLE

RAGIONI E MATERIA DI UN CONVEGNO
Rodolfo Sabbadini

Ricorre quest'anno, il trentesimo anniversario della nascita di Internet. Compleanno ampiamente celebrato dalla stampa e dalla televisione.
Internet - senz'altro - è uno dei fenomeni tecnologici più significativi tra quelli che hanno trasformato, sensibilmente, il nostro modo di vivere.
Ma non c'è solo Internet.
Siamo, ormai, circondati da una tecnologia sofisticatissima che ci avvolge e ci coccola, ma che ci sta, forse, un po’ troppo allontanando dall'unico universo che, per ora, possiamo sicuramente dire che differenzia la specie umana dalle altre specie animali: l'universo della parola.
Succede sempre più spesso che, al termine di un incontro, in occasione di una nuova conoscenza, ci si scambi l'indirizzo di posta elettronica: l'e-mail. E possiamo facilmente intravedere un'espressione di delusione nel nostro interlocutore quando si sente rispondere: "Mi dispiace, non ce l'ho". Internet rappresenta, oggi, un canale privilegiato per la trasmissione di messaggi, per gli acquisti, per inviare documenti di ogni genere.
La tecnologia in materia di comunicazione quotidiana ci sta condizionando non poco, anche perché è velocissima.
Il computer che abbiamo acquistato ieri non è più abbastanza potente per supportare il software messo a punto oggi. Per restare nella rete informatica, dunque, dobbiamo potenziarlo; oppure siamo tagliati fuori da relazioni che prima ci accoglievano e ci riconoscevano.
Un telefono cellulare acquistato solo due anni fa non ci consente di inviare e ricevere messaggi scritti, uno dei sistemi comunicativi più diffusi tra i giovani, oggi.
Contemporaneamente, si stanno affermando fenomeni culturali come quello della New Age o delle religioni e pratiche che, fino all'altro oeri, avremmo liquidato come ingenue e primitive, quasi a compensare un bisogno di recuperare dimensioni tipicamente umane quali posono essere - ed arriviamo a noi, oggi - quella della parola e quella dell'anima.
Noi conversazionalisti proponiamo un incontro tra parole - quelle del nostro interlocutore e le nostre - dal quale possa scaturire una traccia che agevoli il percorso di avvicinamento a territori che ci interessano, tra i quali può essere, ad esempio, il territorio dell'anima.
Nella nostra pratica professionale siamo abituati a lavorare con le parole: le nostre parole e le parole dei nostri interlocutori.
Ascoltando e pronunciando parole, a lungo andare, possiamo giungere a porci un interrogativo: e l'anima? C'è un'anima nelle parole? O meglio, le parole possono segnalarci sempre, o mai, o solo qualche volta, la presenza dell'anima?
Sono sostanzialmente questi gli stimoli che Giampaolo Lai ci ha proposto qualche mese fa, nel corso di una delle consuete conversazioni dell'Accademia. Si tratta di stimoli entusiasmanti ma anche molto pesanti, che per qualche tempo ci hanno impegnati, facendoci sentire quasi la responsabilità di cercare risposte a quesiti che abbiamo subito avvertito fondamentali, e non solo sotto il profilo professionale.
L'idea di dare al Convegno di quest'anno il titolo "L'anima e le parole" è nata subito dopo, quando ci siamo accorti, discutendo tra noi, di quanto fosse difficile, con le parole, parlare dell'anima o, addirittura, del rapporto tra l'anima e le parole. Quanto fosse difficile farlo senza ricorrere ai tradizionali riferimenti filosofici, oppure a consolidate letture psicologiche.
Abbiamo ipotizzato che le parole esprimano l'anima: certe parole intense, struggenti, oppure leggerissime; abbiamo, ancora, pensato che l'anima possa fermare la parola, sconvolgerla e trasformarla nello smarrito balbettio di colui che inutilmente cerca di esprimerla. E abbiamo posto che tutto ciò possa accadere sulla spinta di forze che il soggetto non è in alcun modo in grado di dominare.
A un certo punto delle nostre discussioni, quando le opinioni espresse erano davvero tante, ci siamo trovati d'accordo sulla formulazione di un pensiero: l'anima non è proprietà dell'Io.
Per un verso, mi pare che tale considerazione abbia rappresentato un approdo per le nostre conversazioni accademiche, per un altro verso mi sembra che lo stesso pensiero potrebbe segnare la linea di partenza del convegno.
Il nostro principale interesse sta proprio nel reperire quegli indicatori grammaticali e lessicali che accomunano i frammenti di conversazione che ci fanno dire: "qui c'è anima".
Altra questione, pure importante, consiste nell'interrogarci sul perché abbiamo sentito che lì, in quelle parole, l'anima c'è: abbiamo colto una crisi della parola? Siamo stati sedotti dal verso poetico? Ci siamo sentiti affascinati dalle parole, ma anche incapaci di rispondere, di intervenire?
La reazione soggettiva dello psicoterapeuta, dello psicologo o di chi conversa nella vita di tutti i giorni nella nostra prospettiva rappresenta, però, soprattutto lo stimolo, lo spunto per una ricerca, nei testi che paiono trasmettere un'eco dell'anima, delle ricorrenze costanti di parole, predicati, soggetti grammaticali, deittici di prima persona, e di ogni altro significativo indicatore conversazionale.
Il testo rappresenta sempre il punto di partenza e di arrivo della nostra ricerca.
Ma se, davvero, l'anima non fosse - e soprattutto non potesse divenire - proprietà dell'Io, avrebbe ancora un senso, per noi, nella veste di professionisti, considerarla, cercando le sue tracce nei frammenti dei testi che trascriviamo?
Probabilmente sì, per il motivo che, nel momento in cui esaminiamo il testo di un colloquio, siamo un soggetto diverso da quello che ha, in qualche modo, contribuito alla creazione del testo medesimo.
La conversazione immateriale, quella cioè che si presenta come una pagina uscita dalla stampante del nostro computer, è altra cosa dalla conversazione materiale che qualche ora, o qualche giorno prima, abbiamo potuto ascoltare "in diretta" nel nostro studio.
Quando esaminiamo la conversazione immateriale, non ci poniamo più un interrogativo del tipo "e adesso, cos'è meglio che dica?", ma piuttosto cerchiamo di mettere in relazione tra loro ricorrenze grammaticali e semantiche che attirano la nostra attenzione, e magari confrontiamo l'analisi del testo del nostro paziente con l'analisi di quanto noi stessi siamo riusciti a dire.
Potremmo, per esempio, scoprire che se l'anima del nostro interlocutore si affaccia tra le pieghe di un divagare verbale quasi poetico, anche noi siamo portati a rispondere con metafore ed immagini; se invece l'anima induce confusione e incertezza della parola, potremmo accorgerci che anche noi, nelle risposte, siamo balbettanti e incomprensibili.
Potrebbe accadere, insomma, che la nostra anima reagisca ai segnali di un'altra anima, entrando con essa in relazione, utilizzando canali comunicativi che ancora non conosciamo, in un universo in cui la posta in gioco non è quella di raggiungere obiettivi di qualunque genere - per esempio terapeutici - ma piuttosto, semplicemente, quello di convivere in armonia nel momento in cui la conversazione si produce.
Oppure all'opposto, potremmo accorgerci che, dopo un intervento che non accoglie i segnali dell'anima, si può rilevare un cambiamento dell'andamento conversazionale, nel senso che l'anima non s'avverte più, s'è di nuovo nascosta alle nostre parole e a quelle del nostro interlocutore.
La comprensione di quanto è accaduto, dunque, non può che derivare da un lavoro attento sulle parole della conversazione immateriale.
Scoprire, capire non significa affatto che potremmo porci delle condizioni di impostare, la prossima volta un intervento più efficace e, tantomeno, può indurci a valutare il nostro operato professionale come conforme - o meno - alle procedure psicoterapiche di una qualsiasi scuola psicologica.
Per quanto attiene alla dimensione dell'anima, come non abbiamo consapevolmente agito nella conversazione materiale passata, non potremmo agire consapevolmente nel prossimo colloquio: l'anima, le anime non sono proprietà dell'Io.
Per concludere, mi sembra che le parole possano essere concepite come una culla per l'anima. Una culla dove l'anima può trovare dimora per un tempo lungo o brevissimo. Una culla dalla quale, però, l'anima può improvvisamente levarsi e allontanarsi.
Noi non potremo far nulla per trattenerla.
Potremo, però, cercare le sue tracce nelle parole che, queste sì, resteranno davanti a noi nel testo trascritto della conversazione.