Quaderni Monotematici
ATTUALITA' E PROSPETTIVE DELLA FENOMENOLOGIA

Per una Fenomenologia del Rapporto Psicoterapico
Chiara Morandi

In qualche luogo bisogna udire due voci. Forse giacciono come mute tra i fogli di un diario, vicine e intrecciate; profonda, scura, repentinamente stretta intorno a sé la voce della donna, come vogliono le pagine, e avviluppata dall'altra morbida, ampia, distesa dell'uomo, voce ramificata, non finita, sotto la quale occhieggia qua e là quello che non ha ancora avuto il tempo di ricoprire. Ma forse no. Forse c'è invece nel mondo un punto verso il quale queste due voci, che altrove emergono appena dall'opaca confusione dei rumori quotidiani, scoccano come due raggi e si avvinghiano, chi sa dove: forse bisognerebbe cercare quel punto, di cui solo un'irrequietezza annuncia la prossimità, come il moto di una musica, che non si sente ancora, s'imprime già con pieghe pesanti e vaghe nel sipario non lacerato della lontananza. Forse allora questi pezzi staccati balzerebbero l'uno accanto all'altro e fuggendo la propria malattia e debolezza muoverebbero verso la chiarità, la saldezza, la dirittura.

R. Musil "Incontri" (1911)

Credo sia necessaria una breve premessa riguardo al titolo di questo articolo, che vuole essere una riflessione (o meglio uno spunto di riflessione) sull'incontro (psico)terapeutico, nel tentativo di avvicinare due apparentemente diversi metodi di indagine e di ricerca.
Mi saranno di aiuto tre articoli, molto attuali, che provengono, appunto da separati campi di studio specifici. Si tratta della Premessa di Giovanni Piana, ordinario di Filosofia Teoretica all'Università Statale di Milano, al suo libro "Elementi di una dottrina dell'esperienza" (che potete trovare in versione integrale sul sito di filosofia http://www.rescogitans.it), e dei due articoli, argomento di discussione del Panel 3 (aprile-maggio 2000) della Società di Psicoanalisi, che potete trovare sul sito:http://www.sicap.it/merciai/spi-panel/panel.htm), rispettivamente di Basilio Bonfiglio: "Evoluzione del concetto di trauma e sua utilità nella clinica", e di Paolo Migone: "Trauma "reale" e fantasia: considerazioni su alcuni sviluppi della psicoanalisi contemporanea".

Ora, è abbastanza evidente che, parlando di fenomenologia, il pensiero vada immediatamente a Husserl, e anche se un riferimento ai testi è assolutamente necessario e utile per chiarirne i termini e per non essere ambiguamente e/o oscuramente superficiali e affrettati, tuttavia Piana propone di riuscire a fare a meno del pesante groviglio della terminologia husserliana, impostando i problemi e la loro discussione in una forma libera da premesse dottrinali troppo forti; in questo "è implicita un'interpretazione dell'idea di una filosofia fenomenologica che non può essere senz'altro ricondotta a Husserl per il semplice motivo che essa si arresta molto prima del punto a cui egli ritenne di poterla condurre".

Seguiremo, in un certo senso, questo suggerimento.

Parlare del rapporto psicoterapeutico qui principalmente come atto di esperienza, questo vorrebbe essere il senso della nostra ipotesi di lavoro, ci avvicina allora, certo non si sovrappone, al criterio di una ricerca fenomenologicamente orientata.

Possiamo allora permetterci di riprendere le stesse parole di Husserl, citate da Piana, sul fatto che l'"atteggiamento fenomenologico totale e l'epochè che gli inerisce sono destinati a produrre innanzi tutto una completa trasformazione personale che sulle prime potrebbe essere paragonata ad una conversione religiosa ma che, al di là di ciò, è la più grande evoluzione esistenziale che sia concessa all'umanità come tale".

Rimandando allo scritto di Piana l'approfondimento di queste citazioni, per comprenderne appieno il significato ideologico e teoretico, vorremmo ricordare ancora quanto ci dice, sempre riguardo all'immagine husserliana della fenomenologia e in particolare riguardo alla teoria dell'epochè: "l'epochè consisterebbe essenzialmente in un'operazione preliminare di liberazione dai pregiudizi sia derivanti dalle opinioni del senso comune sia da teorie scientifiche e filosofiche precostituite. Mettiamo "tra parentesi" tutto ciò, cerchiamo di vedere le cose come se le vedessimo per la prima volta - ed in questo modo ci si dispone in quello stato nel quale i dati fenomenologici si presentano in tutta la loro evidenza."

Potremmo ancora riprendere la frase famosa dello stesso Husserl:"alle cose stesse", o quella di Wittgenstein: "Non pensare, ma guarda!". Sta di fatto che, non sottovalutando il contesto culturale e storico in cui nascono queste frasi, avanziamo questa nostra sfida che consiste in un certo senso nel "trasportarle" in un contesto apparentemente così diverso quale il rapporto psicoterapeutico che per definizione rimanda "ad altre cose" e al "pensare, più che al guardare".
Ecco che allora subito ci ritroviamo nell'ambito più strettamente psicologico e psicoanalitico degli altri due articoli precedentemente citati.

E' evidente che qui le premesse teoriche e il campo su cui l'indagine si svolge sono assai differenti, ma anche qui la lenta rivoluzione che coinvolge questi studi tra gli anni 60 e 70 sposta l'oggetto di interesse dal cosiddetto "paziente" alla "coppia terapeutica", e dall'ipotesi diacronica della storia del soggetto, a quella sincronica delle relazioni oggettuali, continuamente rinnovantesi.

Con un acuto excursus storico Bonfiglio sottolinea come si sposti man mano "l'accento da considerazioni puramente quantitative, e dal campo della psicologia unipersonale, a quello della psicologia bipersonale", rileva inoltre l'importanza di Bowlby che "modifica il fuoco della ricerca studiando gli effetti dell'infanzia sullo sviluppo e conclude che non è possibile comprendere l'individuo al di fuori dell'ambiente nel quale si è formato; questi contributi influenzano irreversibilmente la percezione di quanto avviene nelle stanze di analisi. Si è modificata anche, di conseguenza, la qualità dei fatti che in esse si svolgono", (e aggiungiamo la qualità dell'occhio che appunto li guarda. Possiamo allora definirlo occhio fenomenologico?).

Ricordiamo Bion, con le sue formulazioni sulla réverie e sulla relazione contenitore-contenuto, per arrivare ai più recenti autori come Ogden, o Gabbard, o Modell, o "all'importanza dell'atmosfera delle sedute analitiche come strumento importante, accanto alle interpretazioni", di Searles.

Bonfiglio sottolinea ancora come man mano venga enfatizzata "la possibilità che alcuni eventi analitici abbiano un effetto traumatico nel "qui e ora" della relazione e per quella specifica coppia analitica. Così come viene dato rilievo al modo di costituirsi iniziale della coppia analitica rispetto agli esiti finali del rapporto stesso."

Anche Migone, citando Kohut, sottolinea le debolezze della tecnica classica riproponendo "l'importanza di fattori quali l'"empatia", che pone vari interrogativi sulla concezione tradizionale dei fattori terapeutici della psicoanalisi".

Gli sviluppi degli Psicologia del Sé "si inseriscono" continua poi "in una trasformazione molto più vasta di quella che oggi è la psicoanalisi contemporanea: essa è sempre più influenzata dalla cosiddetta teoria delle relazioni oggettuali", che ha come elemento caratterizzante la "radicale ridefinizione della teoria della motivazione, dove la pulsione viene vista non più come alla ricerca del piacere, ma dell'oggetto". "Questo importante sviluppo, che Eagle non esita a vedere come un possibile "cambiamento di paradigma" della psicoanalisi, ha importanti implicazioni per la teoria della cura, dove l'enfasi non è più nell'interpretazione verbale e nel rendere conscio l'inconscio, ma nel fornire al paziente un "nuovo" rapporto buono, o "sufficientemente buono".

Migone sottolinea ancora che "questa modificazione vera e propria di uno degli assunti della psicoanalisi freudiana (la teoria delle pulsioni) operata da Fairbnaim, e in seguito meglio sviluppata dai successivi teorici delle relazioni oggettuali, ha anticipato i risultati della recente ricerca sperimentale infantile"; ricorda, inoltre, "l'aumentato interesse clinico e teorico in psicoanalisi per il significato e l'utilizzo del controtransfert". (Il tema del controtransfert, con una breve raccolta bibliografica, viene trattato anche in un articolo della rivista "Ricerca in psicoterapia", che trovate nella 1° Sezione si questo stesso sito.)

L'utilizzo del concetto di "identificazione proiettiva", inoltre,"soprattutto così come descritto da Ogden, comporta a livello clinico una tendenziale svalutazione dell'importanza della interpretazione, se non addirittura dell'intervento verbale (non raramente percepito dal paziente come ulteriore "scarica" su di lui dei contenuti ansiogeni da lui precedentemente proiettati, cioè come "controidentificazione proiettiva" da parte del terapeuta), in favore dell'offerta di un rapporto affettivo che silentemente "contiene" e "digerisce" le disturbanti identificazioni proiettive del paziente, per poi restituirgliele, una volta "metabolizzate" dalla réverie dell'analista, per renderle disponibili alla reinternalizzazione. Questa teoria della cura, che si riferisce esplicitamente ai concetti di Bion, un autore" dice Migone "oggi non a caso molto alla moda, si basa sull'utilizzo ancora una volta del "rapporto emotivo" e del "vissuto" nell'hic et nunc; stupisce che qui non si colga l'impressionante somiglianza con l'approccio antropo-fenomenologico che, al di là della zavorra di un certo linguaggio metapsicologico e quindi con formulazioni più essenziali, proponeva un identico approccio clinico"; pensiamo evidentemente subito ad esempio a Binswanger.

Rimandando ancora una volta ai testi originali e a questi stessi articoli per ulteriori approfondimenti, ci interessa qui sottolineare come tutto questo comporti, riprendiamo le parole di Migone, "seri problemi filosofici riguardo alla teoria della fondazione del soggetto, il quale dipenderebbe (forse, aggiungiamo noi) sempre dall'ambiente, cioè dall'altro, non riuscendo quindi mai a fondarsi autonomamente".

Dopo queste argomentazioni, che inseriscono a mio parere la nostra ipotesi di lavoro e di ricerca in un contesto molto più ampio e meno velleitario, continuiamo con lo studio del rapporto psicoterapico, inteso come studio sull'"uomo" nel suo aspetto di relazione con l'"altro" come momento fondante della sua stessa identità.

Questo presuppone la conoscenza dell'"uomo" nella sua fondamentale essenza: ma credo che, per riprendere i concetti di prima, l'elemento fondante l'"essenza" dell'uomo sia ciò che c'è di più impercettibile e inconoscibile se non, forse, nell'"hic et nunc" della sua esistenza stessa.

Da qui, allora, l'idea di un'ipotesi fenomenologica riguardo al rapporto psicoterapico inteso prima di tutto come un incontro.

Se è vero che l'esperienza umana è essenzialmente un'esperienza solitaria, questa ricerca vorrebbe dimostrare quanto questa solitudine sia in qualche modo in relazione con la solitudine dell'altro.

Entrambi i partecipanti della coppia terapeutica si confermano allora nella loro convinzione solitaria ma esperiscono come qualcosa di relazionale, e quindi universale, quello che prima appartiene solo al singolo.; l'uno e l'altro ritrovano la loro unità e solo nella persistenza di quella unità possono rimanere in relazione con l'oggetto.
Potremmo dire che il momento terapeutico, nell'assolutezza del suo sentimento e della sua intuizione diventa presenza universale degli individui, diventa l'esprimersi sia interiore che esteriore: ognuno dà all'esterno ciò che ha di interno, lo perde e contemporaneamente lo riacquista, se ne riappropria, per dirla con i fenomenologi, nel suo "essere nel mondo"; è quindi un momento di fusione tra Io e mondo esterno, un momento di "entusiasmo", un momento di "esperienza".

Un po' azzardatamente riprendiamo la frase di Husserl "alle cose stesse" o lo stesso Freud che, parlando d'arte, dice che l'artista "trova la via per ritornare al mondo della fantasia nella realtà in quanto traduce le sue fantasie in una nuova specie di "cose vere"; queste cose vere, queste cose stesse, o anche questa verità e unicità che forse si esprime nello stesso modo nella seduta, non è solo la sostanza (il contenuto) della seduta stessa, ma anche il soggetto (la coppia paziente-terapeuta) nella sua autocoscienza.

Ma in che termini possiamo parlare della coppia terapeutica come "soggetto"? E' l'essere "Soggetto in dialogo", come dice Ogden, o anche l"essere un colloquio" di Borgna, che fondano questa essenza, scavalcando quindi l'eterna dicotomia tra soggetto e oggetto, tra essenza e esistenza e così via?

Riprendiamo anche le parole di Ogden in "Réverie e Interpretazione"(1997) "…Inoltre, chiediamo a noi stessi di essere inconsciamente disponibili a essere i soggetti nell'esperimento inconscio dell'altro………..Una recettività inconscia di questo tipo (lo stato di réverie di Bion) implica la (parziale) consegna della propria individualità separata ad un terzo soggetto, un soggetto che non è né l'analista né l'analizzando, bensì una terza soggettività generata inconsciamente dalla coppia analitica".

O, forse in modo irrispettoso, dobbiamo scomodare, per metterci maggiormente in confusione, anche i mistici medioevali, quale ad esempio Meister Eckhart che dice testualmente (parlando dell'amore): "…Ciò che può essere ricevuto è ricevuto sempre secondo la particolare maniera di chi riceve; in tale modo ogni conoscibile è appreso e capito secondo la facoltà di chi conosce e non così com'è in sé…….."
O ancora "……..si deve attingere quest'inconsapevolezza di sé per mezzo di una conoscenza trasformata. Tale ignoranza non nasce da mancanza di conoscenza, piuttosto è dalla conoscenza che si deve giungere a questa ignoranza. Saremo allora informati mediante la divina inconsapevolezza, e in ciò la nostra ignoranza sarà nobilitata e adornata di una conoscenza soprannaturale. E' in causa di questo che siamo resi perfetti da quanto ci accade, più che da quanto facciamo".(citato da Cage, pp. 38-39)

A questo punto si aprono evidentemente problemi epistemologici di notevole entità e difficile soluzione.

Lo stesso Cage sostenitore della musicità integrale del quotidiano, del casuale, e, specialmente, del silenzio) suggerisce: "Perfino nel caso dell'oggetto, i confini non sono chiari. (Vedo attraverso quello che hai fatto, se, cioè, i riflessi non mi rispediscono dove sto.) Ma perché discutere? Gli indiani sapevano, molto tempo fa, che la Musica continuava indefinitamente e che ascoltarla era come guardare da un finestrino un paesaggio che non si ferma quando uno si volta dall'altra parte."
O ancora: "Un suono non considera se stesso come pensiero, come necessità, come elemento cui occorre un altro suono per chiarirsi, come ecc. ecc. non ha tempo per nessuna considerazione; è impegnato nella manifestazione delle proprie caratteristiche: prima di svanire deve aver reso perfettamente esatti la propria frequenza, intensità, durata, il proprio spettro sonoro, nonché la morfologia precisa di tali fattori e di sé. Urgente, unico, ignaro di ogni storia o teoria, posto oltre l'immaginazione, centrale rispetto ad una sfera privata di superficie, il suo divenire non ha ostacoli, si espande per energia. Alla sua azione non si sfugge. Non esiste come livello tra una serie di livelli discreti, ma come trasmissione in ogni direzione dal centro del campo………"

Si prospettano qui ulteriori interrogativi riguardo ad un tema importante, che riguarda appunto il "divenire" e che ci riporta a problematiche filosofiche più inerenti alle ipotesi hegeliane.

Possiamo, infatti, ricordare che l'unità di un individuo, (e la sua verità e unicità), è la sua essenza che si completa mediante il suo sviluppo, dunque attraverso il suo "Progetto"; possiamo allora intendere la terapia nel suo "divenire" e supporre che essa consista principalmente nel suo "tendere verso", nella sua "intenzionalità"?

E questo non ci mette di fronte inevitabilmente al tema del "negativo", al divenire in altre parole "altro da sé, nella riflessione dell'essere altro in se stesso"?

Il "negativo" ci avvicina, ancora e inesorabilmente al tema del nulla e al tema della morte, intese come impegnarsi nell'"altro da sé", in questo impegno e nella sua accettazione è forse il superamento dinamico e dialettico di se stesso?

Citiamo, ancora una volta le parole di Ogden: "….il senso di vitalità e di morte nel transfert-controtransfert è per me, forse, la misura più importante dello stato del processo analitico momento per momento".

Se è vero, dunque, che l'uomo tende all'immortalità, questa è credo una tematica esistenziale più che mai attuale, solo nello sviluppo della sua esistenza, unica e irripetibile, realizza il desiderio di diventare "divino ed eterno", "infinito e immortale"; solo il finitizzato, il particolare che viene alla luce in lui è oggetto di conoscenza; solamente, allora, nel suo essere uomo (mortale), l'individuo realizza l'incompatibile e apparentemente paradossale impresa di essere immortale.

E, ancora, se all'immortalità è contrapposta la morte, all'identità la separazione, alla simbiosi il limite allora in un rapporto psicoterapico, come prima l'abbiamo definito, l'"andare verso", "il divenire" vuol dire provare affetto e amore, vuol dire affrontare l'angoscia di separazione, accettare l'esistenza dell'"altro", di qualcosa in cui non si è incorporati e da cui si è distinti, accettare l'esistenza del molteplice, del tempo che passa, rinunciare ad un narcisismo primario, che è dissolvenza e non trasformazione (progetto creativo), e adeguarsi alla "secondarietà" del rapporto di realtà (è la realtà dunque delle cose stesse, dell'esperienza di cui parla la fenomenologia?).

"Se la nascita e la morte", dice Paci, "pongono il problema di due punti inerenti alla forma e ai contenuti, il problema si può ripresentare come inizio e fine, come metodo della tradizione e principio, e misura di tale metodo. La contraddizione risulta più chiara se si pensa che la scienza distingue e pone in relazione proprio ciò che di fatto, pone come unità e come identità. L'essere è per sé e per un altro: cioè, per noi. Le relazioni danno luogo a relazioni: ma c'è un loro modo che si incontra, che si ritrova sempre nel "vissuto" del soggetto. Ciò vuol dire infine che l'in sé e il per sé sono, all'inizio e alla fine, per noi. La coscienza ha in se stesa la propria misura: la sua ricerca è un rapporto con se stessa: è la coscienza che riconosce l'in sé. Alla soggettività corrisponde l'oggettività: la corrispondenza tra soggetto e oggetto è, in realtà, una correlazione; la ricerca fa parte dell'esercizio fenomenologico: così la coscienza esaminando se stessa esamina la correlazione." E ancora "Nel movimento fenomenologico l'in sé diventa per noi: per noi e per la scienza immersa nell'esperienza. Nasce così tutta la fenomenologia in quanto ogni parte ha in sé l'intera totalità: i momenti di questa totalità sono figure fenomenologiche. La coscienza si fa verità nel senso che in essa funge la verità. Il fenomeno, l'apparire, l'essenza della cosa, appaiono come funzioni fenomenologiche".

Anche noi potremmo intendere il rapporto psicoterapeutico in questi termini, cioè di funzione fenomenologica e così intenderne le caratteristiche?


Bibliografia
I MISTICI (1976). Garzanti, Torino
J. CAGE (1980) Silenzio. Feltrinelli, Milano
E. PACI La "Einleitung" alla fenomenologia hegeliana e l'esperienza fenomenologica. In AUT AUT marzo- aprile 1971


Per tutti coloro che fossero interessati alla spinosa questione dei rapporti tra fenomenologia e psichiatra e psicoterapia segnalo l'articolo , e relativo dibattito, di Mauro Fornaro: "Jasper e Freud, ovvero i limiti della psicoterapia ad orientamento fenomenologico" reperibile sul web.

torna alla pagina indice di questo quaderno