Giornata di studio
La difficoltà di nascere:
Riflessioni di psicoanalisti, psichiatri, filosofi e uomini di fede
15 maggio 2006
Chiara Morandi
La nascita del soggetto e la sua trascendenza
Lio è un altro
Arthur Rimbaud
Lettera a Paul Demeny del 15 maggio 1871
Il tema della nascita ripropone il rapporto con lAltro, se intendiamo il figlio come terzo, quindi come altro rispetto alla coppia e alle singole individualità.
Riflettendo sulla relazione dellesistenza con la Trascendenza, cercheremo di dare a questo Altro una ulteriore possibilità di manifestarsi, riconoscendolo come Nuovo e come possessore di un nome, oltre che di un volto.
Nella prospettiva di un tempo non omogeneo, che rompe la continuità tra presente, passato e futuro, cercheremo di riflettere sulla possibilità di rapportarsi a questo figlio Altro come mistero, con una modalità dunque non conoscitiva, ma etica, per garantirci un vero incontro.
Come avrete capito dal titolo, vorrei dedicare questo mio intervento sul tema della nascita proprio al soggetto e al suo essere tale da un punto di vista se volete più essenziale, nel senso che pensare alla nascita di un soggetto mi ha inevitabilmente portato a pensare al concetto di inizio e a quello che viene chiamato il paradosso del nuovo, paradosso che è particolarmente interessante per una filosofia dellalterità, che è laltro tema, collegato alla nascita che mi è sembrato potesse essere interessante per noi.
Ho voluto mettere come citazione iniziale questo breve ma perentorio enunciato di Rimbaud, tra laltro curiosamente datato 15 maggio, anche se di un po di anni fa, che attraverso questa provocazione grammaticale esprime la radicalità di una condizione di esistenza faticosa e dolorosa, dove cioè, entro lorizzonte di una vita ritenuta, o sognata come unitaria irrompe la violenza di una alterità estrema, di un soggetto, se stesso, irriducibilmente straniero, possibile latore di messaggi o desideri nei quali stentiamo a riconoscerci.
Largomento è molto vasto e ci sono molti altri esempi letterari e non (mi viene in mente tutta la problematica del doppio), per cui cercherò di affrontare questi temi e le problematiche che vi sono connesse in poco tempo, perdonatemi se sarò un po concentrata e se darò limpressione di mettere un po troppa carne al fuoco, ma daltra parte questi nostri incontri hanno proprio lintenzione di sollecitare domande più che di rispondervi.
Innanzitutto, il titolo ci richiama al concetto di trascendenza e già qui iniziano le difficoltà, non è facile infatti parlare di trascendenza, e soprattutto non è facile coniugare questo termine con il termine riflessione.
La prima domanda che ci si pone è: come è possibile affrontare un discorso sulla trascendenza del soggetto che prevede il suo appunto trascendere, essere altro, con i mezzi che abbiamo a disposizione oggi, cioè il rifletterci sopra per cercare di conoscerlo?
Riflessione sta, infatti, in questo discorso, per conoscenza e in senso molto generale si intende per riflettere (e quindi per conoscere) la seguente struttura: Il soggetto nel suo rapportarsi al mondo (e perciò anche allaltro) funge da specchio, da luogo di contatto di tutto ciò che è altro da lui.
Il punto dove vorrei arrivare è che la relazione, che si instaura tra il soggetto (che si è autoaffermato che si è riconosciuto come altro, che si è formato come specchio, direbbe Lacan? ed è pronto a riflettere) la relazione dicevamo che si instaura tra questo soggetto e tutto ciò che è esterno a lui, che gli si contrappone, che è fuori da lui, laltro uomo, il suo prossimo, è una struttura inevitabilmente riflessiva.
Dal punto di vista del ragionamento filosofico sulla conoscenza siamo ancora credo un po legati al circolo dialettico hegeliano dell in sé, fuori da sé e ritorno al sé, o ancora allio penso kantiano come unica possibilità di fare esperienza, senza un io rifletto non può esserci nessun incontro con lalterità.
Ma la prima considerazione, che appartiene a una buona fetta delle odierne correnti filosofiche, è che da questo tipo di relazione, lAltro ne esce assolutamente e tragicamente distrutto. (in fondo alla relazione trovate alcuni rif. bibliog. per chi volesse approfondire)
Se in altre parole lunica possibilità di esistenza dellaltro è in questo movimento circolare che parte dal soggetto e vi ci ritorna, possiamo dire che non cè un vero incontro, un vero contatto con laltro. LAltro cioè conosciuto, saputo, con questa modalità perde se stesso.
L interrogativo che si pone a questo punto è: come si può allora coniugare questa struttura del soggetto e di conseguenza questa forma di conoscenza, di sapere, con il concetto di trascendenza che prevede al contrario la possibilità della differenza assoluta dellaltro?
Mi spiego meglio: se si può riportare tutto al soggetto non ci sarà una vera esperienza dellaltro come veramente altro, ma questo sarà solo una sua creazione.
Il trascendente, possiamo dire per sua stessa definizione, è ciò che è al di là e con cui non è possibile alcun rapporto di riflessione, almeno nei termini in cui labbiamo prima definita.
Detto tutto questo, ciò che vorrei prendere in considerazione oggi è levento della nascita, in particolare la nascita del figlio, considerando questo figlio come terzo, perché questo evento, considerate le premesse, ci mette di fronte ancora una volta al problema del rapporto con laltro, anzi allautenticità di questo rapporto.
Levinas ci può qui aiutare definendo la dimensione trascendente come la dimensione della terza persona (dal latino ille, Levinas la chiama illeità, ma sappiamo bene che molti psicoanalisti, mi viene in mente Ogden, hanno parlato di questo, anche se in termini diversi).
Più in generale, infatti, possiamo credo considerare levento della nascita come esempio paradigmatico del rapporto tra Io e Tu.
In questo rapporto, cioè nei termini in cui si attua questo rapporto,sta secondo me la chiave di lettura del tema di oggi.
Questo rapporto tra Io e Tu, non è infatti uguale per tutti.
Nella moderna filosofia giapponese, ad esempio, si parla del dialogo tra Io e Tu nei termini di
Risonanza e
Sentimento. Credo che per il mio discorso di oggi, sia la filosofia che più si avvicina a quello che vorrei intendere.
Risonanza e sentimento sono lo strato più profondo del rapporto Io e Tu.
Per quanto riguarda il Sentimento, dicono i filosofi giapponesi, solo riconoscendo lassoluto dellaltro Io e Tu si pongono in un rapporto dialettico, riconoscere lassoluto dellaltro vuol dire però sentirlo, riconoscerlo nella profondità senza fine del nulla.
Il termine Risonanza, tradotto dal cinese
hankyo, corrisponde nella traduz giapponese al termine hibiki che a sua volta deriva da hibi =
frattura.
Ma perché il termine frattura quando stiamo parlando di rapporto, o se volete di empatia, di rapporto empatico come normalmente viene inteso nella nostra tradizione?
Questo è secondo me laspetto più rivoluzionario, nel senso che la Risonanza così intesa non è statica ma implica al contrario un rapporto reciproco tra lazione personale e lazione personale dellaltro e questa azione personale ha un aspetto di rottura perché è solo opponendo la mia azione alla tua e rispondendosi reciprocamente che è possibile un rapporto.
In realtà, dunque, tra Io e Tu vi è realmente un abisso, un abisso senza fondo, un abisso che è se volete costituito da una perdita damore (del sé) seguita da una chiamata (dellAltro)
Quando ci rapportiamo allaltro è come se lo chiamassimo, ma quando chiamiamo qualcuno la cosa più importante è chiamarlo come qualcosa che non è presente come individuo.
Ancora nella filosofia giapponese, infatti, questo rapporto/chiamata ha un effetto risvegliante, Tu conosci me, e reciprocamente, tramite una chiamata reciproca, laltro vede in me il riflesso della sua voce che chiama e io vedo nellaltro il riflesso della mia voce chiamante. Questo risveglio avviene praticamente attraverso lintenzionalità reciproca cercante. e forse questo è lunico modo per salvare la realtà dellaltro.
Devo dire che riflettendo su questo mi è venuta in mente una frase che forse è più vicina a noi perché appartiene alla religione cattolica, cioè lunica domanda con cui Cristo, sulla croce ha potuto rivolgersi a Dio, di fronte alla morte che lo attendeva: perché mi hai abbandonato? Cioè proprio nel momento in cui più intimamente è certo di essere chiamato, non può fare a meno di provare la pena, langoscia forse, dellabbandono.
Questo secondo me è il significato della rottura, è la rottura dellomogeneità del tempo la contrazione del tempo nelleterno. Ma torneremo anche su questo punto.
Anche la nostra esperienza come psicoterapeuti ci avvicina molto a questo, nel momento in cui riconosciamo, non come pazienti né clienti ma come altri chi ci sta di fronte.
Su questo si basa infatti la preghiera, ma anche linnamoramento, e lelaborazione della morte e ancora la nascita.
E siamo ancora qui, sembrava forse che ci fossimo allontanati molto dal tema della nascita e ci ritorniamo alla grande direi.
E qui, se mi permettete unosservazione personale, a proposito del potere evocativo della chiamata di cui parlavamo prima, si apre un altro capitolo che riguarda il discorso del nome. Credo che lassegnazione del nome sia il momento in cui incomincia ad esistere il soggetto, nella parola dellaltro (direbbero i lacaniani) cioè dal discorso fatto su di lui, ad esempio da padre e madre, dai nonni ecc. e da come cioè incominciamo a chiamare il figlio, inteso in senso generale come soggetto nuovo.
A dire la verità già in Levinas, che nella prima versione sosteneva che il riconoscimento dellaltro passa, si attua, con il volto, poi nellultimo periodo interviene un altro elemento che è appunto il nome.
Anche nella nostra tradizione filosofica e letteraria, ha una grande importanza luso evocativo dei nomi propri, usiamo il nome per chiamare laltro, per rivolgerci a lui e per pregare (inutile ricordare S.Agostino, Dante , Leopardi e via dicendo)
Ma torniamo allora alla seconda domanda posta allinizio: come è possibile incontrare questo nuovo che il nome chiama ? Questo altro che non è più situato in nessun rapporto se non un rapporto di rottura, come chiamare e dare un nome a quello che è un non detto o forse un indicibile? A quello che non ha ancora un volto?
(anche qui ci sono dei riferimenti importanti, ad esempio Dionigi e la Teologia negativa: come parlare di Dio e a Dio se Dio è lanonimo?
Come possiamo, in altre parole, chiamare incontrare questo altro, questo nuovo figlio come soggetto altro?
Anche qui potremmo sbizzarrirci con una serie di teorie, citazioni e riferimenti, mi astengo perché non abbiamo tempo e per non annoiarvi. Credo però che qui ad es. la religione cattolica abbia trovato una sua soluzione, che è una soluzione di continuità: per mezzo del Battesimo infatti il nuovo figlio entra a far parte della comunità, solo dunque dopo aver ricevuto il suo nome entra nella storia, e può rivolgersi al Padre.
Giovanni Bellini, 1500-1502
Notiamo nel dipinto di Giovanni Bellini alcune peculiarità che ci interessano per il nostro discorso:
il senso di verticalità
la marcata differenza del Padre raffigurato come anziano e del Figlio raffigurato come giovane
l'omogeneità del tempo
Riflettendo sul significato del figlio come soggetto nuovo, su questo incontro, che spesso vede genitori in crisi o che comunque vede questo grosso cambiamento nella vita della coppia e dei genitori come persone singole, i relatori che mi seguono tratteranno temi più specifici, dunque riflettendo su questo, a me devo dire è piaciuta una definizione che proviene da un ambito più letterario: la citazione viene dal film di P. Pasolini laltro enigma ed è la seguente:
Un figlio non è un enigma, è un mistero
La frase mi ha colpito e, almeno per come lho intesa io, non sono molto esperta di critica cinematografica, sottolinea molto bene la differenza tra due diversi modi di rapportarsi al figlio, cioè allaltro. Rimanda cioè, al tema della conoscenza e dellintersoggettività per come lo stiamo intendendo qui oggi.
Mi spiego: lenigma come qui viene inteso si riferirebbe a una sorta di problema, ma ogni problema, enunciato come tale ha questo di rassicurante, che ammette, almeno in linea di principio, una soluzione. Il mistero invece, non offre tale rassicurazione, ma rimanda a qualcosa piena di senso ma, appunto per questo molto difficile da capire, costituisce un messaggio arduo, nascosto, oscuro. Esprime qualcosa di inafferrabile, di aspramente altro, che però sentiamo come nostro in modo sottile e coinvolgente. Penso che come defininizione di figlio tutto questo sia estremamente pertinente: un figlio, inteso nella sua soggettività più profonda e nuova, è effettivamente enigmatico nel senso che non si svela mai fino in fondo, ma ci offre una gamma infinita di volti e di interrogativi aperti. In altre parole potremmo dire che laltro, il figlio, il soggetto nuovo è irriducibile a ente determinato.
Ma tutto questo mi sembra anche assai pertinente con il nostro discorso sul nuovo e su quello che abbiamo definito allinizio essere il paradosso del nuovo. Il figlio è il soggetto nuovo.
Cosè questo paradosso del nuovo? Il paradosso del nuovo ha a che fare con il problema dellinizio: secondo la concezione tradizionale, l inizio è un punto prima del quale non cè niente, ma è anche lorigine di ciò che verrà dopo.
Come è possibile allora incontrare il nuovo, la novità assoluta che non può appunto essere già iniziata? In altre parole se prima dellinizio non cè nulla il nuovo è semplicemente un non senso. Una tale concezione dellinizio non è evidentemente compatibile con la possibilità di un rapporto autentico con lalterità che abbiamo prima definito come rapporto con il nuovo.
In questa concezione dellinizio cè infatti anche la concezione del tempo come continuo, lineare ed omogeneo con, appunto, una origine delle cose che è linsieme prima di cui non cè niente e la causa dellapparire di ciò che ci sarà dopo.
Questo è molto importante per quello che volevo dire oggi perché anche la nascita, considerata come inizio, cioè la nascita del soggetto nuovo, sottosta a questa concezione del tempo.
In questo modo dunque su questo inizio che contiene in sé la sua continuazione temporale (il prima e il dopo) si appiattisce ogni possibile molteplicità, ogni possibile differenza e quindi anche ogni trascendenza, non c è più spazio per altro.( qui non vorrei essere fraintesa non si tratta di criticare la storia ma di fare in modo che luomo storico non sia solo un soggetto che si autointerpreta che racconta solo se stesso perché solo questo lo rassicura).
Vorrei farvi vedere a questo proposito una icona di Rublev, pittore russo del 1400
Cacciari fa uninteressante analisi di questo dipinto interpretando la sequenza e i nessi strutturati fra le tre persone della Trinità. In particolare Cacciari sottolinea la loro unità che si esplica non già in una forma di Identità, bensì in un sorprendente rapporto dinamico-relazionale di indisgiungibilità in relazione con la differenziazione. In questa icona viene realizzata quellarmonia tra tempo ed eterno attraverso questa sorta di contrazione del tempo nelleterno.
Vediamo brevemente in dettaglio alcuni particolari:
Il testo biblico che ha ispirato Rublev è la Genesi 18, 1-16 che racconta dellapparizione dei tre divini pellegrini, (che rappresentano il Mistero di Dio in tre persone), ad Abramo e Sara per annunciare la prossima gravidanza di Sara. I tre personaggi sono raffigurati come Angeli con le ali. I loro volti sono uguali e nessuno è più giovane o anziano dellaltro. A significare che in Dio non cè un prima e un dopo ma un perenne oggi. Tutti e tre hanno il bastone del viandante, segno della stessa autorità, anche le aureole sono ugualmente luminose e lazzurro, colore divino è presente nelle vesti di tutti e tutti e tre siedono su uguali troni. Le figure si differenziano solo per latteggiamento di ciascuna nei confronti delle altre due, in un rapporto circolare.(da notare anche che è solo con Rublev che lo Spirito Santo abbandona il simbolismo della colomba). Gli angeli si differenziano tra di loro attraverso la diversa azione nel mondo. Langelo di sinistra, rappresenta il Padre, quello in centro il Figlio e a destra lo Spirito Santo. Attraverso tutta la simbologia dei colori e dei gesti e l uso della prospettiva inversa (il punto di fuga non è allinterno dellicona, ma è il punto di vista di chi guarda), Rublev rappresenta magistralmente, direi, questa unità e insieme differenziazione con quellarmonia tra tempo ed eterno di cui parla Cacciari.
Concludo riprendendo questo concetto di contrazione del tempo nelleterno. L ipotesi allora è che ci sia la possibilità di considerare un fra-tempo, un tempo cioè diacronico. Nella struttura del fra-tempo il prima e il dopo perdono il loro legame, è un fuori dal tempo che immette nel tempo qualcosa che gli è totalmente estraneo e che lo rende altro rispetto a se stesso. (torniamo quindi alla rottura, all Hibi giapp.)
In questo modo cambia radicalmente anche la possibilità del nostro rapporto con laltro, che non sarà più conoscitivo, nel senso riflessivo come lo abbiamo definito allinizio, ma sarà principalmente etico (nel senso che accetteremo anche di non conoscerlo). E credo che questo sia anche un modo moderno, se così si può dire, di parlare di fede e di riflettere sulla trascendenza, e quindi sul senso religioso e sul sacro.
Alcuni riferimenti bibliografici
Cacciari M.:
Dellinizio, Adelphi, 1990
Camera F.:
Lermeneutica tra Heidegger e Levinas, Morcelliana, Brescia 2001
Derrida J.:
La scrittura e la differenza, Einaudi. Torino 1971
Hegel G. F. W.:
Fenomenologia dello Spirito, La nuova Italia, Firenze 1963
Kant I.:
Critica della ragion pura. UTET, Torino 1967
Levinas E.:
Alterité et trascendance, Fata Morgana, Montpellier 1995
Altrimenti che essere, a cura di S. Petrosino, Jaka Book, Milano 1983
Ethique comme philosophie premiére, Editions Payot & Rivages, Paris 1992
Totalità e Infinito, a cura di A. DellAsta, Jaka Book, Milano 1990
Matte Blanco I.:
Linconscio come sistemi infiniti, Einaudi, Torino 1981
Moravia S.:
Lenigma dellesistenza, Feltrinelli, Milano 1999
Ogden T. :
Soggetti dellanalisi, Masson, Milano 1999
Rimbaud A.:
Lettera a Paul Demeny del 15 maggio 1871, Opere, Feltrinelli. Milano 1993
Sakabe M.:
Kitaro Nishida or Reflection on I and Thou Dialogo filosofico sul pensiero del XX secolo fra Europa e Giappone, F. Prada. Milano2006