Quaderni Monotematici

PSICOLOGIA E RELIGIONE: QUAL' E' IL CONFINE
Giornata di studio

TRA PSICHE e ANIMA
Incontro al Confine tra Religione ed Esperienza Psicoanalitica

11 ottobre 2003


Giannino Piana


Senso di colpa e coscienza del peccato


Nel linguaggio comune (e non soltanto in esso) si fa con frequenza confusione tra senso di colpa e coscienza del peccato. Le due formulazioni vengono spesso usate in modo del tutto indistinto e intercambiabile, senza avvertirne la profonda differenza, con il rischio di ingenerare pericolosi equivoci anche nell’ambito della celebrazione del sacramento della Penitenza. Le rapide note che qui proponiamo intendono chiarire tale differenza, la quale non implica tuttavia radicale separazione sul terreno dei vissuti concreti. Come infatti vedremo, senso di colpa e coscienza del peccato sono esperienze che confluiscono nell’unità della persona e danno luogo a stati esistenziali in cui si esercita un’influenza vicendevole. In questa prospettiva è allora importante ripensarne il significato per restituire al sacramento della Penitenza la finalità che costitutivamente gli appartiene, quella di atto di liberazione dal peccato grazie all’intervento dell’amore misericordioso e perdonante del Padre.

1. La differenza di origine e di orizzonte

I termini “senso” (alcuni più propriamente parlano di “sentimento”) e “coscienza” definiscono con chiarezza la diversa origine delle due esperienze. Il senso di colpa ha la sua insorgenza nei complessi meccanismi biopsichici che si riferiscono all’inconscio o al subconscio, a quell’insieme cioè di processi che sfuggono al controllo razionale dell’uomo e sono pertanto non dominabili dalla sua volontà. Si direbbe, in altri termini, che esso appartiene all’ambito degli atti dell’uomo (actus hominis), che, contrariamente agli atti umani (actus humanus), non procedono dalle facoltà superiori ma sono frutto di dinamismi deterministici derivanti dalla sfera dell’istintualità, delle passioni e dei sentimenti. Il peccato ha invece immediatamente a che fare con l’esercizio della libertà umana, al punto che le due grandezze risultano direttamente proporzionali: il peccato esiste laddove e fin dove esiste la libertà. Si tratta pertanto di atto autenticamente umano, il quale presuppone non solo l’autocoscienza soggettiva, ma anche la piena consapevolezza del valore leso e la percezione della gravità di tale lesione. La formulazione classica delle condizioni per l’esistenza del peccato mortale faceva pienamente spazio a questi elementi di carattere strettamente soggettivo che definiscono la partecipazione dell’uomo all’atto: accanto alla materia grave venivano infatti designati come fattori imprescindibili la piena avvertenza e il deliberato consenso. Purtroppo però il modello della casistica, che ha avuto a lungo il sopravvento nell’ambito della manualistica (fino al Vaticano II), ha finito per oscurare questo aspetto in ragione della centralità assegnata all’aspetto oggettivo-materiale, dimenticando che ciò che determina, in ultima analisi, l’entità del peccato è il grado di umanità presente nell’azione.

Ma a segnare ancor più radicalmente la distinzione tra senso di colpa e coscienza del peccato è il significato che l’atto riveste in riferimento all’intenzionalità del soggetto: mentre il senso di colpa si muove all’interno di un orizzonte antropocentrico, la coscienza del peccato prende corpo solo nel quadro di un orizzonte teocentrico (e cristocentrico). Nel senso di colpa è predominante un atteggiamento autoreferenziale che mette al centro degli interessi la ricerca del proprio perfezionamento soggettivo: esso nasce infatti dalla constatazione dello scarto esistente tra ciò che si vorrebbe essere e ciò che si è, tra l’ideale e la realtà. Laddove soprattutto, a livello educativo (ma anche ambientale e sociale), viene trasmessa un’immagine molto alta di realizzazione di sé, la percezione della distanza da essa induce nel soggetto un senso di grande frustrazione, che rifluisce in un mix di paura e di colpevolezza nevrotica destabilizzante. Al contrario, la coscienza del peccato è legata a un’esperienza relazionale – quella del rapporto dell’uomo con Dio; il peccato affonda le sue radici – come osserva acutamente P. Ricoeur – “nello stare dell’uomo davanti a Dio”, nella consapevolezza che esiste un legame costitutivo tra creatura e Creatore, legame che viene deliberatamente infranto dall’uomo. Il peccato è pertanto una grandezza religiosa prima ancora (e più ancora) che etica; esso non consiste anzitutto nella perdita di sé ma nella perdita di Dio, nel venire meno a un rapporto di comunione con Colui da cui viene “ogni dono perfetto”. E’ come dire che, in definitiva, il esso implica la rottura delle relazione con Dio provocata deliberatamente dall’uomo mediante un atto (o un insieme di atti) che scaturisce (scaturiscono) dal profondo del suo essere personale.

2. La convergenza delle due esperienze

Alla crisi della coscienza del peccato corrisponde oggi un consistente incremento del sentimento di colpevolezza. La perdita del senso di Dio, conseguenza del fenomeno della secolarizzazione, soprattutto nella sua versione più radicale (secolatrismo) – contrariamente all’ateismo Dio non è in questo caso negato ma ignorato, perché ritenuto insignificante – e la messa sotto processo della libertà da parte delle scienze umane che, insistendo sui molteplici condizionamenti cui l’uomo è soggetto (e spesso radicalizzandoli in senso ideologico), finiscono per ridurre l’agire umano a puro prodotto sovrastrutturale, espropriandolo di qualsiasi contenuto propriamente umano e ritenendolo semplice espressione di meccanismi che operano in modo del tutto deterministico, sono le cause principali di tale crisi. D’altra parte, la constatazione che il “negativo” (o il male) persiste nella storia e l’impossibilità di addebitarlo (sia pure parzialmente) alla responsabilità umana, finiscono per caricarlo di connotati radicalmente fatalistici, che alimentano il sentimento di colpevolezza accentuandone gli aspetti nevrotici. Mentre infatti il peccato, rinviando alla libertà umana e al rapporto con Dio, rende possibile il cambiamento e ne garantisce la realizzazione in forza di un intervento dall’alto – è questo il significato della conversione frutto della decisione dell’uomo e dell’azione della grazia divina; il senso di colpa con ha sbocchi e produce perciò nell’uomo uno stato di radicale impotenza che può anche condurre alla disperazione.

Nei vissuti soggettivi, d’altronde, le due esperienze, per quanto nettamente distinte sul piano teorico, si presentano spesso convergenti, in ragione della fondamentale unità della persona, dell’intrecciarsi cioè in essa delle dinamiche biopsichiche con la dimensione spirituale. Per questo si dà frequentemente circolarità tra esse, nel senso che il peccato determina, sul piano psicologico, sensi di colpa, ma anche, inversamente, che dietro ad essi si nasconde la percezione di una responsabilità personale nei confronti dell’atto negativo, percezione in cui consiste la coscienza del peccato. Raramente infatti esistono, nell’ambito dell’umano, esperienze “allo stato puro” riconducibili esclusivamente all’una o all’altra tipologia; nella maggior parte dei casi ci si trova di fronte ad esperienze, che, pur essendo contrassegnate da una chiara impronta in una direzione, contengono mescolati elementi spuri che rivelano la presenza di fattori di diversa natura e provenienza. La difficoltà di un corretto discernimento mediante l’autoanalisi è reale: l’oggettiva rilevazione dei livelli (peraltro estremamente diversificati) sui quali si collocano i vari fattori che influenzano l’atto presupporrebbe un atteggiamento di distacco soggettivo che è impossibile raggiungere; il coinvolgimento emotivo non può essere del tutto controllato e non può non incidere (conseguentemente) sulla valutazione. Le tentazioni ricorrenti sono, in definitiva, riconducibili a due opposti modi di reagire: quello che da spazio a una forma di autogiustificazione, che porta il soggetto a difendersi da ogni accusa e a respingere la responsabilità personale (escludendo perciò a priori ogni possibilità di peccato); e quello che indulge in un eccesso di colpevolizzazione, con la conseguenza di una maggiorazione della responsabilità personale, che può avere effetti gravemente destabilizzanti.

3. Il necessario aiuto per operare il discernimento

Il perseguimento di un equilibrio maturo, che sappia correlare in modo adeguato senso di colpa e coscienza del peccato nel concreto delle situazioni esistenziali, è reso possibile dalla acquisizione di una forma di discernimento frutto anche dell’aiuto di persone esperte nella vita interiore, e in grado perciò di offrire parametri di riferimento largamente sperimentati. E’ questo il compito del direttore spirituale e del confessore, che devono anzitutto saper fare con chiarezza distinzione tra le due sfere per poter opportunamente intervenire ai due livelli, evitando dannose sovrapposizioni. Accanto a una seria preparazione teologica, essi devono possedere una buona informazione di carattere psicologico, che consenta loro di individuare attraverso quali vie è possibile affrontare concretamente le varie condizioni soggettive: esistono infatti condizioni nelle quali la predominanza di un senso di colpa fortemente nevrotico esige il rinvio ad altra competenza – quella dello psicologo o dello psicanalista – e la ricerca di una collaborazione tanto più feconda quanto più ciascuno, mantenendosi entro il proprio ambito, fa emergere gli aspetti di convergenza sui quali è importante raggiungere una reale sintonia.

In casi più normali il ruolo del confessore e del direttore spirituale può essere esercitato in modo del tutto autonomo: si tratta di distinguere bene tuttavia le due funzioni, specialmente quando a svolgerle è la stessa persona, per non confondere una pratica che ha un significato del tutto umano, quello di offrire un aiuto ad un’altra persona a partire dalla propria esperienza (non escludendo in questo caso del tutto anche il supporto psicologico), con la celebrazione di un sacramento, cioè di un atto che ha valore solo in forza di un’azione dall’alto che riscatta l’uomo dalla condizione di peccato. La direzione spirituale riveste grande utilità, soprattutto in quanto consente di far luce sulle differenze tra senso di colpa e coscienza del peccato, contribuendo a ridimensionare eccessi di colpevolizzazione e situando al giusto posto la responsabilità soggettiva. E’ tuttavia importante, quando (come spesso avviene) a esercitare le due pratiche è la stessa persona e questo si verifica nello stesso incontro, operare un netto distacco tra i due momenti, dando alla celebrazione della Penitenza il dovuto carattere di azione cultuale.

In definitiva, ciò che oggi conta è il ricupero di una genuina coscienza del peccato, della sua natura più profonda e della gravità che lo connota; è, in altre parole, la chiara percezione che esso ha origine nella rottura (colpevole) di una relazione interpersonale, e che la possibilità del ricupero ha come condizioni l’ammissione dell’errore e la volontà di riparare e di cambiare, nonché il riconoscimento della propria impotenza e l’invocazione dell’intervento sanante della grazia divina. Il che comporta – come è evidente – non solo l’acquisizione del senso di Dio ma la conoscenza del suo Amore infinito: la corretta assimilazione del peccato può infatti avvenire solo assimilando (a livello esperienziale e non solo razionale), le profondità del mistero dell’Amore, e perciò l’enorme gravità del tradimento umano, ma crescendo insieme nella consapevolezza che l’Amore infinito è in grado di vincere ogni resistenza e di restituire all’uomo la piena pacificazione interiore

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