Quaderni Monotematici

PSICOLOGIA E RELIGIONE: QUAL' E' IL CONFINE
Giornata di studio

TRA PSICHE e ANIMA
Incontro al Confine tra Religione ed Esperienza Psicoanalitica

11 ottobre 2003


Don Annino Ronchini


Interpretare la legge; l'esperienza mistica



Trentadue meravigliosi sentieri di sapienza tracciò Iddio Signore delle schiere, Dio d’Israele, Dio vivente, Dio onnipotente, il sommo e l’eccelso colui il cui nome è Santo. Creò il suo mondo con tre registri: con la scrittura, il computo e il discorso.
Dieci sefirot senza determinazione e ventidue lettere di fondamento: tre madri, sette doppie e dodici semplici.
(Sepher Yezirah, 1)



...In hac cella quatuor habentur dolia mellifluae dulcedinis plena, quorum ista sunt nomina: simplex historia, allegoria, moralitas, anagogen, id est intellectus tendens ad superiora. Ista quidem dolia modo quo superius diximus sunt ordinata: primo namque loco in Scriptura sacra, tamquam iuxta ostium, est simplex historia; deinde allegoria, postea moralitas; novissime vero quasi in angulo est anagogen, id est contemplatio. Valde dulcis potus est in historia; sed et dulcior in allegoria; dulcissimus vero in moralitate; longe autem incomparabiliter dulcior in anagogen ... Potus qui continetur in primo dolio, id est in historia, sunt simplicia gesta sanctorum et exempla, quibus dum intendimus, animas nostras magna dulcedine quodammodo potamus. In secundo autem dolio, id est in allegoria, est fidei instructio; per allegoriam namque ad fidem instruimur et in interiore homine admirandae suavitatis sapore imbuimur. In terbio vero dolio, id est in moralitate, est morum compositio; per moralitatem enim mores nostros componimus, et quasi mirae dulcedinis potu refecti, hilares et amabiles proximis nostris apparemus. Potus qui continetur in quarto dolio, illo vid. qui stat in angulo, id est in anagogen, est quidam suavissimus divini amoris affectus, cuius ineffabili dulcedine, cum anima nostra reficitur, ipsi summae divinitati quodammodo unitur. Cum igitur cellarius iste aliquos in cellarium suum, sanctam vid. Scripturam introducit, modo quo superius diximus, eis ad potandum tribuit; simpliciores namque et rudes infide ac eius amore, de primo dolio solet potare, id est de historia; capaciores vero de allegoria, perfectiores autem de moralitate, perfectissimos autem de anagogen id est de contemplatione. Sciendum vero quod quisquis de quarto dolio, de illo vid. quod stat in angulo, id est de anagogen biberit, quantulumcumque inde gustaverit, statim, ob miram ipsius potus dulcedinem, ebrius erit: illa vid. ebrietate ad quam sponsus electos suos invitat in Canticis: "Comedite, amici, et bibite et inebriamini, carissimi", ecc. ... Habet autem istud cellarium in se quoddam ostium; in isto vero ostio, quaedam clavis habetur, per quam infidelibus clauditur et fidelibus aperitur. Ostium huius cellarii, id est sanctae Scripturae, est recta fides; clavis autem, humilitas... (32 PL, CLXI, 707-8, Anselmo di Canterbury, commento al Cantico dei Cantici, … introduxit me in cellam vinariam …)


Queste due citazioni danno un’idea abbastanza precisa di ciò che vogliamo dire riguardo l’esperienza spirituale della lettura (perché di questo si tratta e non tanto dell’interpretazione).
Anzitutto abbandoniamo l’idea che la Torah, la Legge, sia un codice di comportamento e che la Bibbia, per stare in ambito cristiano, sia il semplice racconto di una vicenda, la Torah è tutto è il compendio della sapienza anzi è la Sapienza, per ebrei e cristiani la scrittura è Dio stesso che si manifesta nella Parola, è il Dio–Parola che entra in comunione con gli uomini. Per questo non può avere un solo livello di significato, penetrare i significati significa scoprire non la verità ma il volto di Dio, è fare un’esperienza mistica di unione con il divino.
I cristiani organizzano l’esperienza spirituale intorno alla persona del Cristo, Verbo di Dio, Parola eterna del Padre pronunciata nel tempo, nasce in questo modo la “lectio divina” che non ha tanto lo scopo di guidare ad una conoscenza (o all’interperatzione), anche se passa attraverso questa fase, ma di costruire in rapporto nel quale la conoscenza è solo una delle parti. Al termine dei quattro sensi sperimentati nella lectio sta “quidam suavissimus divini amoris affectus, cuius ineffabili dulcedine, cum anima nostra reficitur, ipsi summae divinitati quodammodo unitur”. Per questo possiamo certamente indicare e parlare di una profonda esperienza mistica legata al commento e all’interpretazione della scrittura, lettura e interpretazione, però che sono lontanissime dai significati che noi attribuiamo oggi a queste parole.
Nel caso della religione ebraica questa distanza diventa veramente enorme. La Torah è tutto per il popolo, non potrebbe esistere ebreo senza lo studio della Torah, anzi lo studio è ciò che mantiene il mondo nell’esistenza. La Torah è la Sapienza di Dio, la Shekinah, che danza davanti a dio dall’eternità colmandolo di gioia, essa esiste da sempre scritta con fuoco bianco su fuoco nero, e pronunciando le sue lettere Dio crea il mondo e lo sostiene.
La lettura e l’interpretazione della legge diventano quindi il fondamento stesso dell’esperienza religiosa ebraica, che però non si ferma alla semplice applicazione, per quanto minuziosa, dei precetti, ma fa nell’esperienza mistica della lettura l’inizio di un cammino che porta alla destrutturazione radicale del linguaggio. Dalla contemplazione delle lettere e della loro continua permutazione alla contemplazione dello spazio bianco che permette alle lettere di esistere. Si tocca così il centro del mistero, si legge l’impronunciabile, si realizza l’unione tra l’uomo che legge e ciò che non può essere letto perché non può essere scritto.
In tutti e due i modelli di lettura possiamo trovare motivi comuni:
1. la lettura è un cammino (percorso iniziatico);
2. la parola della legge è la porta che apre ad una molteplicità di sensi;
3. il fine ultimo è l’esperienza dell’Unione con l’ineffabile (l’esperienza della parola conduce al silenzio).

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