Quaderni Monotematici

PSICOLOGIA E RELIGIONE: QUAL' E' IL CONFINE
Giornata di studio

TRA PSICHE e ANIMA
Incontro al Confine tra Religione ed Esperienza Psicoanalitica

11 ottobre 2003


Chiara Morandi


Crisi del sacro e clinica della crisi

Vorrei proporre una riflessione sul problema della crisi in psichiatria da un punto di vista fenomenologico e religioso, o in altri termini da un punto di vista filosofico/esistenziale per tentare se è possibile un avvicinamento tra la psichiatria e queste altre aree di ricerca e di conoscenza.

Innanzitutto perché questa riflessione sulla “crisi” in psichiatria e come si può rapportare alla tematica religiosa.
Andando a rivedere il significato della parola crisi riportato dal dizionario etimologico, troviamo una derivazione dal greco Krino = io giudico.

Possiamo allora azzardare che ci troviamo di fronte, nella "crisi", ad una serie di interrogativi cruciali dove l'aspetto clinico si intreccia con quello filosofico e con problematiche di natura etica che riguardano la dignità, la libertà dell'uomo e il suo rapporto con ciò che lo trascende (che è l'aspetto spirituale della sua storia).

E’ anche abbastanza evidente che quando parliamo di “crisi” in una situazione psicopatologica, non stiamo parlando solo di un’urgenza psichiatrica ma stiamo ipotizzando una situazione critica assai più vasta che coinvolge pazienti anzi nuovi pazienti e terapeuti, cioè nuovi terapeuti, in sostanza stiamo parlando di noi e del nostro rapporto con il nostro prossimo.

La linea più attuale dell'"interpretazione" e della "cura" psicologica si rivela oggi, infatti, essere nel segno di un umanesimo possiamo dire integrale, cioè principalmente di una relazione che si apre alla persona umana in sé (prima che persona malata), che si apre cioè alla sofferenza non astratta ma al soggetto che soffre (riprendendo l'ottica della psicopatologia fenomenologica). L'esperienza reale, fenomenologica, ci propone infatti un concreto essere umano, l'"homo persona" di Binswanger, con la somma di investimenti affettivi, esistenziali ed etici che il suo dolore concretamente vissuto si porta appresso, ma è un uomo che soprattutto ricerca.

Dietro tale ricerca (e la ricerca religiosa può manifestarsi come uno dei volti pù propri e più audaci) c'è un'istanza etica che esprime forse la natura più peculiare dell'essere umano.
Un autore che a me piace molto Emmanuel Levinas, un filosofo francese, fenomenologo, morto nel 1995, propone la lettura dell'uomo come ente che vuole giustificarsi, che cerca di dare una "giustezza alla propria identità", calata nel qui e ora di una certa situazione, di una certa relazione con la realtà e con l'Altro.
L’umano, dice Levinas, si esprime nella dupplice necessità dell’amore e della giustizia
e ancora la coscienza, e tra virgolette la conoscenza, è l’ingresso dell’Altro, cioè del terzo, nell’intimità del faccia a faccia.


Non è naturalmente possibile qui approfondire questi temi, perciò mi sono limitata a cercare di riflettere su tre domande:
1. Cosa significa e cosa implica il concetto di "crisi"
2. La questione della scelta
3. Si può parlare di esperienza religiosa (o sacra) nell'incontro (questo è il punto più difficile ma ci arriviamo per gradi attraverso gli altri due) . (la conoscenza della "religiosità" intesa nel senso dell'esperienza, del bisogno e del senso del religioso al di là dunque dell'appartenenza confessionale, può secondo me contribuire ad un discernimento di alcuni aspetti della situazione attuale in psichiatria).


Vediamo allora quanto riguarda il primo punto: che cosa significa e cosa implica il concetto di crisi:

La situazione di crisi in psichiatria mette in moto dentro di noi domande di ordine clinico ed etico, in senso ampio, e crea l'esigenza, nell'operatore/ terapeuta, che questi due aspetti (la clinica e l'etica) non siano in conflitto, prima di tutto dentro di lui.

La situazione di "crisi" (in termini emozionali) esige da parte dell'altro risposte che siano il risultato di una elaborazione interna dialettica tra la sofferenza esistenziale, la sofferenza sociale, quella psichica e quella fisica e queste non sono la stessa cosa (al contrario sono spesso agli opposti).

La situazione di "crisi" è quella che forse più delle altre pone di fronte entrambi gli interlocutori come Altro, come cioè rispettivamente colui che nel suo stesso esserci (oltre che con il suo agire), sottolinea la Differenza e nello stesso tempo la nega.

Il riconoscimento di questo Altro è al tempo stesso luogo di crisi e di costruzione della propria identità.
La "crisi" è, infatti, crisi della differenza, cioè dell'ordine culturale nel suo insieme, che è un sistema organizzato di differenze.
Sono gli scarti differenziali a dare agli individui la loro identità, che permette loro di situarsi gli uni rispetto agli altri. La crisi si identifica come crollo o occultamento delle differenze e contemporaneamente esasperazione della differenza (differenza tra sani e malati, buoni e cattivi).

C’è un altro tema che a me preme molto e che è il tema della Passione, ma anche questo necessita di ulteriore approfondimento.
Nella situazione di crisi il paziente è colui che va trattato con Passione, o in altri termini è colui che suscita in noi sentimenti di Passione (introduciamo questo termine nella sua accezione filosofica).

Si intende qui con il termine "passione" un grande apparato significante per il suo carattere particolare, differenziale, inquietante e a rischio. La passione (cioè quell'insieme di sensazioni ed emozioni che abbiamo così definito nell'incontro con il paziente grave) è in primo luogo un elemento di perturbazione, anzi è il Perturbante per eccellenza.

La crisi è quella situazione che mette entrambi gli interlocutori in una situazione, se vogliamo paradossale; entrambi, infatti, sono fortemente assorbiti dal proprio sentire/volere individuale (dal proprio essere quindi) e nello stesso tempo altrettanto fortemente assorbiti da una alterità, un'alterità appunto perturbante.

2)
Il secondo punto che ho individuato è, infatti, quello della scelta.

Un ulteriore elemento che caratterizza l'incontro con il paziente nella "crisi". mi sembra l'esasperazione del "qui e ora". Per il suo carattere di rischio, urgenza e non gestionabilità, questo incontro enfatizza il momento vissuto appunto nella sua immediatezza.

In quel momento terapeuta e paziente sono in verità silenziosi e soli, ma sono costretti a scegliere (la terapia, se accettare o no, ecc.), coinvolti ognuno nel proprio mondo, passionale appunto, di sentimenti, proprio perché la scelta deve essere compiuta nella profondità del proprio essere.

La crisi esaspera l'esperienza come base della teoria clinica
.
Questo tipo di incontro (o scontro) si potrebbe definire soprattutto un'avventura, aperta non solo ad imprevedibili esiti finali ma anche ad altrettanto imprevedibili trasformazioni parziali che avvengono nel corso dell'avventura stessa; con tutta la sofferenza che la percezione di questa alterità non è mai totalmente afferrabile (né da parte del terapeuta, né da parte del paziente).
Perché sia un'avventura positiva nel senso che questa produca una moltiplicazione di significati ed effetti, cioè ancora che da esperienza sorda e oscura (scontro di opposti e differenze) divenga udibile e chiara (o chiarificante), perché avvenga questo bisogna che il terapeuta consideri e accetti l'apertura a rischio, la scelta e l'impegno (bisogna che navighi pericolosamente in mezzo a queste due modalità: il vissuto e il pensato) e che scorga in questo una traccia di autonomia e di creatività che attesti la propria libertà.
Se il terapeuta vive l'incontro con il paziente come un'apertura (anche se a rischio) e con passione, c'è la possibilità che si renda conto della creatività e della libertà che richiede la relazione con l'altro ma anche dell'essere in grado di approfondire tratti della propria identità essenzialmente attraverso l'esperienza dell'altro (è quello che altrove abbiamo chiamato empatia).





3)
Siamo al terzo punto che abbiamo individuato come cruciale, cioè sul significato in questo contesto del religioso e del "trascendente", oppure anche sul rapporto tra psicanalisi e religione.
Cerco di rispondere alla domanda se l'esperienza con il paziente nella “crisi” ha a che fare con un'esperienza religiosa. I termini sono pericolosi, bisogna intendersi sul significato e chiarire alcuni punti.

La questione del rapporto tra religione e psicoanalisi si allarga al rapporto tra religione e filosofia.

Abbiamo visto che il rapporto con il paziente nella crisi è un rapporto critico con il mondo, con il mondo che il paziente esprime. Nella sua qualità di "paziente in una situazione di crisi", egli è portavoce in quel momento di una rottura, e abbiamo visto che il terapeuta, in questo rapporto, deve difendere l'esperienza dell'oltre-limite e del possibile, con un continuo andirivieni tra l'Io e l'Altro, tra soggettività e oggettività, tra finito e infinito.

Possiamo allora introdurre un altro tema che riguarda l'istanza del "sacro".
Se, infatti, queste caratteristiche sono quelle che connotano l'incontro con il paziente in genere e ancora di più con il paziente nella crisi possiamo ridefinire questo incontro come un'esperienza sacra.
Altro termine importante e che necessita di ulteriori precisazioni.
Se il religioso implica un contenuto spirituale ma anche dottrinale e istituzionale, possiamo dire che il sacro è il referente di una protensione dell'uomo oltre di sé, esso è quindi un'alterità.
Si sottolinea la componente fondamentalmente etica (nel senso più ampio) che caratterizza la pratica sacrale, nel senso che questa è la scoperta dell'esistenza di qualcosa di non razionale, non logico nella nostra esperienza, è ciò che di misterioso (e spaventoso) abita nel nostro mondo sotterraneo, ciò che attraversa quella sfera emozionale che a sua volta genera in noi emozioni e comportamenti rientranti nella dimensione in senso lato etica.

Per Ernesto de Martino la sfera del sacro parte dall’esperienza di rischio e di angoscia dell’esistenza. Per Rudolf Otto il sacro è l’alterità radicale, un’alterità ontologicamente pensata che agisce sull’uomo o coinvolgendolo in una esperienza fascinosa o atterrendolo.)

Da un punto di vista più filosofico potremmo dire che l'esperienza del sacro è l'attiva assunzione di una determinata responsabilità nei confronti di una perturbante alterità misteriosa.

L'esperienza del sacro coincide con un atteggiamento di riconoscimento, accettazione e rispetto. Chi ammette il sacro accetta un proprio limite e un proprio bisogno, esprime un'umiltà e una speranza e soprattutto accetta un impegno (l'impegno di un viaggio, di un'avventura a rischio che porta un cambiamento).

L'esperienza del sacro è altra rispetto a quella del sapere, ma tra le due esiste una relazione o forse una sfida continua (ed è proprio questo che cerchiamo di indagare).
Si tratta di cercare di comprendere attraverso quali matrici il senso si offra alla condizione umana.

I concetti di scelta e di trascendenza, appartengono d’altra parte alla coscienza contemporanea o per meglio dire alla crisi della coscienza contemporanea.

Il sacro (come l'arte e l'amore) è ciò che perturba il dominio del Logos, ma è anche ciò che lo richiama alla consapevolezza dei propri confini e delle proprie possibilità, è un'occasione di ripensamento e di arricchimento.

Si intende dunque il Sacro come pratica e approfondimento di una Differenza.

Quest’ ultimo aspetto è, credo, quello che ci riporta, anche se attraverso un sentiero un po’ tortuoso,a chiederci di riflettere sull’incontro con il nostro interlocutore considerando questa alterità come esperienza fondativa e a considerare la “crisi” come crisi della coscienza che esige una risposta libera e giusta (sempre secondo una terminologia filosofica) e in altri termini che esige una risposta di amore ne sacro ne profano, o almeno che li comprenda entrambi.

L’esperienza del limite e del finito, che impernia il dramma della crisi, ha allora un significato etico, nel senso di un’etica della persona., nella sua possibilità e nel suo divenire.

Concludo, ma in realtà e un’apertura a nuove riflessioni, nell’ipotizzare che il sentimento religioso sta proprio in questa oscillazione di senso, dall’essere unico e divino, all’avventura umana del divenire.

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