Laboratorio di ricerca
Ricerca in Psicoterapia

Introduzione | Redazione | La rivista on-line

EDITORIALE
Psicoanalisi e ricerca empirica
di Emilio Fava

Strumenti qualitativi per la ricerca sulla psicoterapia: intervista sul cambiamento terapeutico di R. Elliott
di Santo Di Nuovo

Un questionario sul “Locus of Control”: suo utilizzo nel contesto italiano
di Tommaso Farma

Ricerca clinica
L’immagine corporea in pazienti con disturbi dissociativi
di Susanna Pallini, Claudia Pompei e Maurizio Mencarini

Lavori in corso
Transfert, stile difensivo, attività referenziale: un’ipotesi di lettura single case
di Laura Buonarrivo, Vittorio Lingiardi, Francesca Ortu, Letizia Palumbo, Alessandra De Coro e Nino Dazzi

Biblioteca del ricercatore
Recensione a Clinical and Observational Psychoanalytic Research: Roots of a controversy
di Riccardo Williams

Recensione a Foundations for conceptual research in Psychoanalysis
di Andrea Cascioli


Notizie da spr e spr-italia
Riflessioni sul congresso SPR di Leida (21-25 giugno 2000)
di Giuseppe Nicolò
Primo annuncio Convegno Nazionale (Palermo 19 - 21 ottobre 2001)

Norme redazionali



EDITORIALE
PSICOANALISI E RICERCA EMPIRICA

E. Fava


Il problema del rapporto tra psicoanalisi e ricerca empirica ha due principali dimensioni. La prima dimensione riguarda la contrapposizione tra il modello utilizzato dagli psicoanalisti per affermare l’efficacia dei loro trattamenti e quello che normalmente viene usato nella ricerca medica per valutare l’efficacia dei trattamenti. Le metodologie di ricerca attuali, infatti, prevedono una serie di procedure codificate e condivise (studi controllati) che hanno un elevato livello di affidabilità. La scarsità di studi di questo tipo, in ambito psicoanalitico, ha come effetto la progressiva esclusione dei trattamenti psicoanalitici dalle linee guida per il trattamento dei disturbi mentali (Fonagy, 1996). Sono prevedibili quindi difficoltà sul piano del riconoscimento dell’utilità dei trattamenti psicoanaliticamente orientati a livello delle strutture pubbliche, delle società di assicurazioni che pagano i trattamenti, dell’opinione pubblica e dei media nonché problemi medico-legali, qualora risultasse che il paziente non è stato curato con metodi di riconosciuta efficacia.
La seconda dimensione del problema riguarda invece la possibilità, utilità e opportunità di applicare metodi di ricerca scientifici al materiale di cui si occupa la psicoanalisi, nella prospettiva di migliorare la qualità e l’efficacia dei trattamenti.
A questo livello dobbiamo distinguere tra la posizione di chi sottolinea la specificità della teoria e della tecnica psicoanalitica e dei suoi oggetti e la posizione di chi, a priori, respinge la possibilità che le interazioni tra terapeuta e paziente, i fenomeni transferali, i cambiamenti delle rappresentazioni e le trasformazioni dei processi mentali possano essere descritti in termini confrontabili e riproducibili.
La prima posizione non solo mi sembra condivisibile, ma è anche necessaria perché qualsiasi scienza deve definire i suoi specifici oggetti, distinti dagli oggetti di altre scienze. E l’oggetto della ricerca empirica in psicoanalisi non può essere che la psicoanalisi stessa, così come è praticata nella realtà. Non rispettare questo principio vuol dire occuparsi di qualcosa d’altro.
La seconda posizione riflette invece una questione aperta. Chiarito che lo sviluppo di conoscenza nel processo psicoanalitico reale non può che seguire le regole dello Junktim freudiano (Freni, 1999), regole che sono una componente intrinseca di questo processo, che senso può avere l’introduzione di un terzo punto di vista, quello del ricercatore?
Vorrei introdurre questa questione con alcune osservazioni che Winnicott fece, recensendo un lavoro di Bowlby. Winnicot (1953) scrive: «Secondo lui [Bowlby] ci si deve sforzare di presentare gli argomenti psicologici in forma statistica, perché chi è abituato alle pubblicazioni scientifiche possa apprezzare le affermazioni di chi di noi ha una mentalità clinica, tuttavia le statistiche […] non hanno alcun valore se non sono basate su dati indiscutibili, e in effetti questi sono i dati più difficili da raccogliere nella nostra professione». Per fare una ricerca non esclusivamente clinica «occorre raccogliere dati indiscutibili» e la difficoltà della raccolta di questi dati è conseguente alla «mancata condivisione di una chiara e univoca definizione dei concetti utilizzati».
Il passaggio obbligato sembra quello di stabilire prioritariamente definizioni molto accurate dei concetti utilizzati, che specifichino quali operazioni e passaggi vadano compiuti per arrivare a ritrovare e isolare, in modo affidabile e riproducibile, gli osservabili che corrispondono ai concetti stessi. Sostanzialmente si tratta di applicare quello che E. Nagel ha suggerito nel corso di un famoso Convegno su “Psicanalisi e metodo scientifico”, nel 1958. Nagel sostiene che non vi è nulla di non scientifico nel fatto che i fenomeni di cui si occupa la psicoanalisi non siano misurabili direttamente, se è possibile individuare indicatori che corrispondano a ciò che non è direttamente osservabile e a patto che si stabiliscano “norme di correlazione” costanti e condivise tra gli indicatori e i concetti teorici cui si riferiscono.
Il problema della psicoanalisi, dal punto di vista scientifico, secondo Nagel, sta nel fatto che non vi sia accordo tra gli psicoanalisti sul significato degli eventi osservabili. Lo stesso evento clinico può essere interpretato in molti modi diversi da clinici esterni senza criteri a priori, condivisi, che definiscano la probabilità che una valutazione sia più affidabile di un’altra. Da qui anche l’impossibilità di verifiche che possano portare alla confutazione o falsificazione di un’ipotesi.
La difficoltà di operare verifiche dall’esterno, renderebbe possibile, in questa prospettiva, un’unica forma di verifica, quella interna, secondo appunto la regola dello Junktim. Questo sembra essere in contraddizione, se vogliamo essere rigorosi, con la pratica della supervisione, della discussione sui casi e in definitiva della ricerca concettuale: solo l’analista, in fondo, sarebbe pienamente legittimato nel valutare il proprio operato.
La definizione di misure operative presuppone invece non solo la chiarezza dei concetti teorici, ma anche un certo livello di consenso sul modo di considerarli e di valutarli nel materiale clinico. Il punto di vista della ricerca empirica è quello che individua la necessità di descrizioni il più possibile accurate, in grado di garantire un confronto su termini osservabili, possibilmente in grado di consentire la formulazione e la verifica di ipotesi.
Questo processo – definizione chiara di un concetto, individuazione di strumenti di misurazione, valutazione della validità e della sensibilità dello strumento, applicazione al materiale clinico per verificare ipotesi – è stato ed è utilizzato intorno a numerosi concetti considerati fondamentali nel processo psicoanalitico come il transfert, l’alleanza terapeutica, il controtransfert, i meccanismi di difesa, le relazioni interpersonali tra terapeuta e paziente, i processi mentali e le funzioni riflessive.
Va comunque sottolineato che la trasformazione che si realizza in studi di questo tipo, operazionalizzando i concetti naturalmente insaturi della psicoanalisi, è deformante. L’indicatore non può coincidere con ciò che è indicato, nello stesso senso un punto sul radar “indica” ma non “è” l’aereo che sta arrivando.
Se i ricercatori perdono di vista questo aspetto del problema viene perso il contatto col la ricerca clinica e con il corpus centrale delle conoscenze psicoanalitiche. Se gli indicatori diventano a loro volta concetti si fonda una nuova teoria e una nuova tecnica, derivate dalla psicoanalisi ma distinte da essa. Se invece gli indicatori mantengono il loro statuto epistemologico possono forse contribuire ad arricchire e a specificare le nostre conoscenze. In questa prospettiva il tema relazionale conflittuale centrale (CCRT) è considerato l’indicatore più affidabile attualmente disponibile rispetto ai processi transferali, ma non coincide con i fenomeni trasferali stessi. La scala dell’accuratezza delle interpretazioni è un buon indicatore della capacità del terapeuta di comprendere il paziente ed è correlata a esiti positivi, ma non misura tutti gli aspetti che rendono efficace un’interpretazione e quindi non può essere considerata una guida adeguata e sufficiente per la clinica. In pratica, al momento di trarre delle conclusioni dai dati della ricerca, dobbiamo compiere un’operazione inversa a quella che ha portato a costruire gli strumenti di misurazione.
Mi sembra che questo stesso ordine di problemi venga affrontato con particolare accuratezza da A.U. Dreher (2000) nel suo libro Foundations for conceptual research in psychoanalysis, recensito in questo numero di «Ricerca in Psicoterapia». Anna Dreher affronta, tra l’altro, il problema del rapporto tra ricerca empirica e ricerca concettuale, attribuendo alla ricerca concettuale il duplice obbiettivo di definire con chiarezza i concetti psicoanalitici e di «ampliarne le basi probatorie empiriche clinicamente orientate».
In questo lavoro, inoltre, Dreher non si pone solo dal punto di vista della riflessione sui fondamenti epistemologici e storici della ricerca in psicoanalisi, ma prefigura la questione fondamentale della relazione tra ricerca concettuale ed empirica e prassi terapeutica, cioè del rapporto tra teoria e competenza dell’analista. Il termine competenza, proposto da G. Giaconia (1998), indica l’insieme di componenti che rendono lo psicoanalista in grado di affrontare i propri compiti. Uno degli aspetti della competenza dell’analista è la sua base teorica. La teoria dell’analista si basa sulla teoria viva appresa nell’analisi personale, dall’insieme di conoscenze teoriche scelte come riferimento e dalla disponibilità alle trasformazioni che si operano nella relazione con il paziente. La funzione specifica della teoria così intesa è – secondo Giaconia – quella di permettere la trasformazione di un’emozione dell’analista in una interpretazione. Il concetto di competenza ci permette di prefigurare dei modelli di ricerca che indaghino sul ruolo delle acquisizioni della ricerca concettuale ed empirica rispetto allo sviluppo delle capacità del terapeuta.
Questa riflessione potrebbe essere tanto più fruttuosa se orientata non a definire l’identità dello psicoanalista, ma le condizioni che aumentano la sua possibilità di operare trasformazioni terapeuticamente efficaci.

Bibliografia

ROTH A., FONAGY P. (1996), Psicoterapia e prove di efficacia: quale terapia per quale paziente, trad. it., Il pensiero scientifico editore, Roma 1997.
FRENI S. (1999), Lo Junktim freudiano alla luce degli attuali orientamenti di ricerca empirica in psicoanalisi, in «Ricerca in Psicoterapia», II, 1, pp. 81-106.
WINNICOTT D. (1953), trad. it. Esplorazioni psicoanalitiche, Raffaello Cortina Editore, Milano 1995.
AMADEI G., TRONCONI A., GIUSTINO G. (1998), La misurazione della funzione riflessiva, in «Ricerca in Psicoterapia», I, 1, pp. 47-60.
HOOK S. (1959), trad. it. Psicoanalisi e metodo scientifico, Einaudi, Torino 1967.
DREHER A. U. (2000), Foundations for conceptual research in Psychoanalysis, Karnac Books, Londra.
GIACONIA G., PELLIZZARI G., ROSSI P. (1998), Nuovi fondamenti della tecnica psicoanalitica, FrancoAngeli, Milano.